Da La Repubblica del 27/10/2005

I nervi scoperti del Cavaliere

di Massimo Giannini

Per la seconda volta nel corso degli ultimi due mesi, Ciampi sollecita il governo ad agire secondo le priorità autentiche del Paese reale. Per l'ennesima volta nel corso di questi ultimi cinque anni, Berlusconi risponde secondo le verità oniriche di una sua Italia virtuale: «Abbiamo fatto più riforme di tutti i governi della Repubblica». Detta proprio nel giorno in cui si rimangia in Finanziaria una bella fetta di aiuti alle famiglie, sembra solo un'altra bugia. Ma la reazione nervosa del Cavaliere nasconde il duello istituzionale che segnerà questo delicato finale di legislatura. Proporzionale, salva-Previti, par condicio. A queste tre leggi Berlusconi affida le sue residue possibilità di invertire il risultato delle elezioni del 9 aprile. Ma ognuna di queste tre leggi deve passare per la cruna dell'ago del Quirinale. E il passaggio non sarà indolore.

La legge elettorale è la questione più aperta. Sul piano giuridico, come ha scritto con assoluta chiarezza Gustavo Zagrebelsky, la riforma del Polo viola la Costituzione. Al di là della pasticciata formula che trasforma un sistema maggioritario con una modesta quota proporzionale in un proporzionale con un cospicuo premio di maggioranza, quel testo è palesemente «irrazionale». Al Senato questo premio sarebbe frammentato per Regioni. Ma proiettato sul piano nazionale darebbe il risultato di una maggioranza del tutto casuale. «Non sta in piedi», hanno confermato in coro tutti i costituzionalisti italiani riuniti a Catania due settimane fa per il Congresso annuale. Se dalle urne uscissero tre coalizioni si potrebbe verificare il paradosso che chi raggiunge il 30% dei voti ottiene il 54% dei seggi. Un risultato che contraddice il principio sul quale si basa la nostra democrazia rappresentativa: quello dell'uguaglianza del voto.

Ciampi confida ancora nell'opera di moral suasion, che in questi giorni non si è interrotta. E spera che nel corso del dibattito al Senato questa antinomia possa essere sanata. O per lo meno attenuata. Almeno fino al punto da non costringerlo a rifiutare la promulgazione della legge "per manifesta incostituzionalità". Anche perché, in questo caso, se il Capo dello Stato desse via libera sarebbe comunque impossibile immaginare un ulteriore "sindacato di legittimità" sulla riforma. La Consulta non avrebbe margini per intervenire prima delle elezioni. La nuova legge potrebbe essere impugnata solo dopo la sua prima applicazione. Ma questo non è un provvedimento qualsiasi. È una legge elettorale. Quindi la sua prima applicazione sono le elezioni. Come ha scritto ancora Zagrebelsky, in nessun regime parlamentare si è mai vista una Corte costituzionale che annulla il risultato di un voto politico per l'incostituzionalità delle norme che lo disciplinano.

La Salva-Previti non dà luogo a dubbi. È una legge ad personam, e questa sì già di per sé "palesemente incostituzionale". Come hanno dimostrato i dati forniti da procure e tribunali, i nuovi termini di prescrizione producono effetti devastanti sui processi in corso, prefigurando un gigantesco colpo di spugna anche su quelli più importanti. Su questa ennesima lesione allo Stato di diritto, al Quirinale non ci sono perplessità. Qui non c'è moral suasion che tenga, perché se il testo cambiasse non realizzerebbe l'unico risultato che sta a cuore al governo (la soluzione dei guai giudiziari di Cesare Previti). Quindi sarà approvato così com'è. Per questo la legge, quasi certamente, non sarà promulgata e sarà rinviata alle Camere.

Il fatto nuovo di queste ultime ore è che una analoga sorte potrebbe toccare ad una eventuale, nuova legge sulla par condicio, riveduta e corretta secondo i sogni e i bisogni del Cavaliere. Ciampi (che non a caso proprio ieri ha ricevuto Romano Prodi) teme che si possa aprire anche questo fronte. Lo inquieta la determinazione con la quale il premier vuole procedere, per "liberalizzare" a proprio vantaggio gli spot elettorali. Lo preoccupano l'immediata disponibilità dimostrata da An e Lega e la cedevole resistenza millantata dall'Udc. Se la Cdl, ormai libera dall'impaccio Follini, tentasse il blitz anche sulla par condicio, Ciampi si ritroverebbe sulla scrivania anche questa spinosissima "pratica". Sono in gioco i principi del pluralismo. Proprio quelli che lui stesso aveva riaffermato con forza nell'unico messaggio alle Camere di questo settennato, e che il Polo ha ridotto in carta straccia con la legge Gasparri. Di fronte a una modifica della par condicio ad esclusivo vantaggio del padre-padrone di Forza Italia, è improbabile che il Capo dello Stato consentirebbe un altro sfregio a quei principi.

Sulla carta, lo scenario di fine legislatura potrebbe tradursi nella Waterloo di Berlusconi. Il presidente della Repubblica, attraverso l'uso legittimo dei poteri previsti dall'articolo 74 della Costituzione, potrebbe rifiutarsi di firmare in sequenza queste ultime tre leggi-vergogna, che per il premier sono diventate leggi-speranza. Le premesse di diritto ci sarebbero tutte. Restano da valutare i presupposti di fatto. L'ipotesi estrema di una triplice bocciatura innescherebbe una reazione dagli esiti imprevedibili, e aprirebbe uno scontro dagli effetti imponderabili. Ciampi, com'è ovvio per la funzione che ricopre, non decide in base alle opportunità politiche, ma secondo le compatibilità repubblicane. La Costituzione è la sua Bibbia. Anche stavolta, saprà custodirla nel migliore dei modi dalle aggressioni del Polo. Speriamo siano le ultime. Ma temiamo siano le più pericolose.

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