Da Corriere della Sera del 28/10/2005

Olanda, strage nella prigione degli immigrati

Undici vittime. Polemica sulle celle: chiuse a chiave senza una serratura centralizzata

di Giusi Fasano

AMSTERDAM - Le mani degli agenti selezionavano chiavi. Un mazzo infinito di chiavi, ognuna indispensabile per la vita di due persone.

Nelle celle tutti urlavano e tiravano calci alle sbarre: «C’è un incendio, fateci uscire, per carità, tirateci fuori da qui». Ma il fuoco è stato più veloce delle guardie che, per quanto svelte, non sono riuscite ad aprire tutte le celle. Il rogo si è impossessato in pochi minuti di un’ala del Centro di detenzione temporanea dell’aeroporto di Schiphol e, quando ieri all’alba i vigili del fuoco si sono aperti un varco fra le fiamme e il fumo, undici detenuti erano morti. Un altro è ricoverato in fin di vita e in 14, fra detenuti e staff, sono rimasti feriti o intossicati (alcuni sono gravi, anche se non in prognosi riservata). Alcuni soccorritori hanno raccontato che in una delle celle rimaste chiuse c’erano i cadaveri di una donna con un bambino.

La mezzanotte è passata da pochi minuti quando scoppia l’incendio nella prigione di Schiphol. Prigione, è così che la chiamano tutti nella capitale olandese. E’ un prefabbricato tirato su in tutta fretta all’inizio del 2002 per velocizzare le crescenti pratiche di espulsione, data la vicinanza ai terminal dell’aeroporto, 6-7 chilometri più in là. Sono 6.200 metri quadrati in acciaio e alluminio divisi per dipartimenti. Ogni dipartimento 24 piccole celle, ciascuna per due persone. Nell’ala che ha preso fuoco c’erano 43 detenuti - immigrati non in regola con il permesso di soggiorno o rifugiati che non hanno ottenuto l’asilo politico - mentre in tutto il Centro erano in 343. La polizia e l’ufficio Immigrazione stanno ancora lavorando per risalire alle identità e alle nazionalità delle vittime, alcune delle quali erano nel Centro proprio in attesa dell’identificazione. Nella lista dei morti sembra ci siano soltanto clandestini senza documenti, non « bolletjesslikkers », i corrieri della droga che trasportano ovuli pieni di cocaina ingoiandoli. Soltanto nel 2004 all’aeroporto di Schiphol ne sono stati fermati 3.300, quasi tutti passati per qualche giorno dal Centro di detenzione temporanea prima di essere espulsi. Anche nella terza categoria di detenuti - quella degli indesiderati in attesa di rimpatrio - non ci sono vittime. Quando l’incendio non era ancora sotto controllo, nella confusione dei soccorsi, un gruppo di detenuti è riuscito ad allontanarsi dall’edificio. Tre sono stati rintracciati dalla polizia all’alba, nei dintorni dell’aeroporto. Altri otto sono andati più lontano. Ma non tutti. Alla fine della giornata è il ministro dell’Immigrazione Rita Verdonk, in un improvvisato dibattito alla Camera, ad aggiornare il bilancio delle ricerche: soltanto cinque sono ancora in fuga.

«Quando abbiamo sentito l’odore di bruciato abbiamo urlato così forte da farci venire mal di gola» ha spiegato alla televisione olandese uno dei detenuti scampati al rogo che ha chiesto di rimanere anonimo. «Per un bel po’ di tempo, però, nessuno ci ha presi sul serio». La sua dichiarazione, confermata da altri detenuti, è ora lo spunto per capire cosa non ha funzionato nella prigione di Schiphol, partendo dall’ipotesi ritenuta più verosimile, cioè di un incendio accidentale. Ci sono stati ritardi o negligenze? Il comandante regionale dei vigili del fuoco, Ruwald Wevers, sostiene che il Centro è stato controllato a settembre e che tutto è risultato «normale», il ministro di Grazia e Giustizia Piet Hein Donner ha detto che «si è intervenuto con rapidità». Ma Parlamento, magistratura e polizia sono in possesso di un dossier che metterebbe in dubbio quantomeno l’idoneità dell’edificio.

E’ il rapporto di Jan Siepel, presidente della commissione indipendente che nel settembre 2003 fece un’inchiesta dopo il secondo incendio al Centro di detenzione (il primo fu nel 2002). Nel dossier c’è scritto che era decisamente rischioso non avere un piano di evacuazione, né un’apertura centralizzata delle celle. «E’ triste - dice ora Siepel - vedere che avevamo ragione».

Ben Ale, direttore del Nibra (più o meno l’equivalente della nostra Protezione civile) rincara la dose: «Avevamo raccomandato alcuni interventi. Sarebbe bastato eseguirli e questa tragedia non sarebbe successa». Sarebbe bastato un tasto automatico che aprisse tutte le celle.
Annotazioni − Ha collaborato Marika Viano.

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