Da Corriere della Sera del 28/10/2005

Le indagini a dodici giorni dall’omicidio. L’ipotesi di un accordo tra più famiglie. L’obiettivo probabile va al di là della vittima e si estende al governo della Regione

Fortugno, nei proiettili la firma dei killer

Usate munizioni della ex Jugoslavia: una cosca ne ha il monopolio

di Giovanni Bianconi

REGGIO CALABRIA - Nella difficoltà di afferrare elementi concreti che possano dare un nome e un movente agli assassini di Francesco Fortugno abbattuto nel seggio elettorale delle «primarie» del centrosinistra, anche il calibro dei proiettili diventa un appiglio. Che fa trarre agli inquirenti una conseguenza emersa durante l’audizione segreta davanti alla commissione parlamentare antimafia. Quel tipo di proiettili arriva dalla ex Jugoslavia, e in Calabria c’è una cosca che ha il monopolio o quasi del traffico di armi con quell’area. Questo implica il coinvolgimento di quella cosca nell’omicidio. Anche perché se fosse un depistaggio - l’utilizzo di munizioni particolari per addossare la responsabilità ai clan sbagliati, che invece non avrebbero nulla a che fare col primo «delitto eccellente» consumato in terra di ’ndrangheta - ci sarebbero delle reazioni violente. E in tempi rapidi.

Altro particolare: dalle prime ricerche nelle banche dati dei delitti in Calabria, quel tipo di proiettile sarebbe stato usato in altre due occasioni, in provincia di Reggio. Le perizie dovranno stabilire se si tratta della stessa partita di munizioni, e se addirittura siano stati sparati dalla stessa pistola. Nel frattempo si va avanti per connessioni logiche. E anche questi elementi contribuiscono a dire che all’omicidio hanno dato il proprio assenso o contributo diverse famiglie della criminalità locale. Dalle inchieste risulta che l’approvvigionamento di armi dall’area balcanica sarebbe un affare degli Iamonte di Melito, sulla costa ionica; dunque, se fosse confermata la pista dei protettili, anche loro avrebbero avuto un ruolo nell’eliminazione di Fortugno.

E’ stato il procuratore di Reggio a citare, all’Antimafia, il testo di un’intercettazione considerata una pietra militare delle indagini sulla ’ndrangheta. Risale al gennaio del 1997, periodo di attentati e delitti consumati a ripetizione proprio a Locri, dov’è stato ucciso il vicepresidente del Consiglio regionale calabrese. Un certo Antonio del paese di San Luca, non identificato, va a parlare con Antonio Cordì, esponente di una delle famiglie coinvolte nella faida. Parlano chiusi in macchina, e una microspia registra l’ammonimento di Antonio: «Totò, stai attento che quando l’umanità, quando il popolo vi va contro, perdete quello che avete fatto in questi trent’anni! Lo perdete». Cordì annuisce e Antonio insiste: «Lo perdete... Perché vi prende il popolo, vi prendono gli sbirri, vi prendono i magistrati... Statevi attenti, te lo chiedo per l’onore dei vostri morti... Si dice in giro che Locri la state rovinando. (...) Quando si buca la saracinesca, a quello gli bruciano la macchina, a quello un’altra cosa, il popolo incomincia a ribellarsi». Cordì mostra di capire: «Perché ognuno dice no, adesso mi tocca a me, ma che cazzo vogliono», e Antonio di San Luca indica un altro pericolo: «... E dice: in questa maniera, quando la famiglia dei Cordì buttano dei pentiti di qua, pentiti di la, stai sicuro che avete finito! E quello che avete fatto in trent’anni ve lo mangiate in una mattina».

La citazione serve a sostenere che un omicidio clamoroso come quello avvenuto il 16 ottobre, vista l’attenzione della ’ndrangheta dimostrata in quell’intercettazione a non muovere troppo le acque per non suscitare reazioni, non può essere eseguito senza calcolarne le conseguenze. Per tutti. E dunque con l’accordo di più famiglie. Le quali hanno avuto un movente che probabilmente va al di là della vittima, e si estende al governo della Regione. Ecco spiegata la presenza dei magistrati di Catanzaro al vertice dell’altro ieri col superprocuratore Grasso: loro indagano sulle intimidazioni estive lanciate al presidente della Giunta Agazio Loiero, e le due inchieste potrebbero essere collegate. C’entra la politica - e la politica regionale: quella che gestisce il denaro e interessa la ’ndrangheta - sia coi proiettili inviati a Loiero sia con quelli che hanno ucciso il suo amico e collega di partito Fortugno. Di qui l’analisi sugli spostamenti di voti alle ultime elezioni, di cui pure gli inquirenti hanno parlato alla commissione antimafia. Ma alle indagini servono elementi concreti, appigli «tecnici» che bisogna cercare a partire dal luogo del delitto. Per esempio i contatti telefonici avvenuti nella zona di Locri la sera in cui Fortugno è stato assassinato sul corso principale, da mezz’ora prima a mezz’ora dopo l’omicidio. Nella speranza di trovare tracce di un «basista» o altri appoggi locali che certamente ci sono. Perché a dodici giorni dall’esecuzione, non è certo nemmeno che il killer sia scappato in macchina.

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