Da La Stampa del 03/11/2005
Originale su http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/molinari/archivio/molinari051103.asp

Washington lascia che siano gli alleati a esercitare le pressioni maggiori sul regime

Gli Usa mandano avanti l’Europa: posizione comune

L’America è convinta che il programma atomico nasconda obiettivi militari»

di Maurizio Molinari

NEW YORK - «Teheran non è in sintonia con quanto di nuovo sta avvenendo nel Grande Medio Oriente». Le parole del Segretario di Stato, Condoleezza Rice, riflettono l'opinione prevalente dell'amministrazione Bush sulle dichiarazioni del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad in merito alla distruzione dello Stato di Israele. A Washington si ritiene infatti che tanto l'Iran degli ayatollah quanto la Siria di Bashar Assad abbiano politiche - di sostegno al terrorismo, riarmo e violazione dei diritti umani - che vanno in direzione opposta rispetto a quanto avvenuto negli ultimi 24 mesi: dalle elezioni in Iraq, Afghanistan, Libano e territori palestinesi, al ritiro israeliano da Gaza fino alle riforme che si affacciano in Bahrein e Marocco.

Ma sul piano diplomatico nella reazione alle parole di Ahmadinejad gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro, lasciando agli alleati europei il compito di esercitare maggiore pressione su Teheran. Questo si spiega, secondo l'analista di affari mediorientali Ray Takeyh del «Council on Foreign Relations», con il fatto che «l'Unione Europea ha dimostrato di condividere l'approccio di fondo dell'amministrazione Bush al nucleare iraniano».

«Washington è convinta che il programma nucleare civile iraniano sia in realtà una copertura della corsa all'atomo nucleare - spiega Takeyh - e sebbene l'Agenzia atomica dell'Onu non convalidi ancora questa lettura, Francia, Germania e Gran Bretagna sono essenzialmente d'accordo con gli americani» come dimostra la comune intenzione di chiedere proprio alla prossima riunione del consiglio dei governatori dell'Aiea - in programma fra meno di due settimane a Vienna - di deferire Teheran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove potrebbero essere votate le sanzioni.

«Lasciar guidare agli europei le pressioni politiche e diplomatiche sull'Iran, sul nucleare come sul diritto all'esistenza di Israele - spiega una fonte diplomatica a Washington - è possibile perché le posizioni coincidono con quelle americane ed è anche opportuno in quanto aiuta a consolidare l'intesa multilaterale contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa e per le riforme nel Grande Medio Oriente». A ciò bisogna aggiungere che il patto Usa-Ue sull'Iran - quasi una fotocopia di quando avvenuto sulla Siria dopo l'assassinio dell'ex premier libanese Rafik Hariri - è tanto più importante quanto il braccio di ferro all'Aiea sul deferimento di Teheran è tutt'altro che finito. «Il nocciolo della questione è nella definizione del "diritto" ad arricchire l'uranio che il Trattato contro la proliferazione nucleare garantisce agli Stati membri e quindi anche all'Iran - spiega George Perkovich, vice presidente della Fondazione Carnegie - occorre raggiungere un'intesa per bloccare l'Iran senza penalizzare tutti gli altri firmatari. Stati come Brasile, Cina, Sudafrica e Venezuela continueranno ad opporsi per timore di subire in futuro la sorte di Teheran».

Obbligare Ahmadinejad a rinunciare al programma nucleare rientra anche nella strategia Usa per la stabilizzazione dell'Iraq poiché, come spiega Geoffrey Kemp direttore del programma strategico del «Nixon Center», «quanto avvenuto dalla caduta di Saddam Hussein in poi dimostra che la volontà di Teheran di cooperare sul nucleare aumenta quanto maggiore è il successo degli sforzi americani per stabilizzare l'Iraq mentre ogni volta che la situazione si deteriora l'Iran si mostra meno incline ai compromessi».

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