Da La Repubblica del 14/11/2005

Time pubblica documenti sulla morte di un sospetto terrorista. Newsweek torna su Abu Ghraib

Torture e violenze sui prigionieri la stampa Usa rivela nuovi orrori

di Alberto Mattone

ROMA - Licenza di torturare, a volte fino ad uccidere. Sembrava che la raccapricciante storia delle sevizie inflitte dai soldati americani ai prigionieri iracheni fosse stata raccontata tutta. E invece, nuovi orrori emergono dalle segrete del carcere di Abu Ghraib, rivelate dal settimanale Time. Mentre è il magazine Newsweek a scrivere nel numero di oggi che la Cia, dopo l'11 settembre, «si è tolta i guanti per interrogare i sospetti», per dirla con l'ex capo del contro-terrorismo dell'intelligence, Cofer Black.

Mentre il vice presidente degli Stati Uniti, Dick Cheney, cerca di convincere il Congresso a non porre limiti ai metodi con cui i Servizi combattono i nemici dell'America, è proprio la strategia della "tortura leggera" a mettere nei guai la Casa Bianca. «L'amministrazione Bush ha fatto sapere formalmente alla Cia - ha rivelato Cofer Black - che gli agenti segreti avrebbe avuto mano libera nell'usare tecniche aggressive di interrogatorio che non portassero alla morte o al blocco permanente di organi del prigioniero».

In tutto il mondo sono operative cellule dell'intellingence Usa con licenza di rapire e torturare i "sospetti" anche sul territorio di Paesi amici. L'Italia non fa eccezione, come dimostra la cattura dell'imam Abu Omar, avvenuta a Milano durante un'operazione della Cia. Ma i metodi brutali hanno anche delle controindicazioni. Newsweek rivela la vicenda di Ibn Shaikhalk-Libi, un dirigente di Al Qaeda catturato nel novembre del 2001 in Afghanistan. I servizi americani trasportarono il prigioniero in Egitto, dove venne interrogato e torturato. Libi confessò che gli uomini di Bin Laden si erano recati in Iraq per imparare l'uso di armi chimiche. «L'informazione - scrive il settimanale - però si rivelò falsa. Ma venne usata dall'ex segretario di Stato Colin Powell nel famoso discorso sulle armi di Saddam all'Onu».

Cappucci, umiliazioni, false esecuzioni: il repertorio creativo usato dai torturatori non si esaurisce nelle oramai famose foto che i secondini americani di Abu Ghraib si scambiavano incautamente via Internet. Newsweek racconta del trattamento riservato a Mohammad al-Qatani, considerato il ventesimo dirottatore dell'11 settembre. L'uomo venne legato ad un guinzaglio, obbligato ad indossare indumenti intimi femminili e molestato sessualmente da soldatesse. E il settimanale Time pubblica i documenti sulla fine di un prigioniero iracheno nel carcere di Abu Ghraib. Manadel al-Jamadi, sospettato di terrorismo, fu arrestato il 4 novembre 2003 da un commando americano. Giunse in cella con la faccia tumefatta e sei costole incrinate. Il "trattamento" continuò dopo. Jamadi venne trascinato in una doccia, legato, appeso ad una sbarra e incappucciato con un sacchetto di nylon. L'interrogatorio durò novanta minuti e il prigioniero ne uscì morto. «Il sangue gli scorreva dalla bocca come un rubinetto lasciato aperto», testimoniò in seguito un militare. Ma il cappuccio sparì, e il pavimento sporco di sangue venne ripulito prima dell'arrivo degli inquirenti.

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