Da Corriere della Sera del 16/11/2005

La microspia nascosta nella Fiat di Antonio Dessi

di Giovanni Bianconi

La microspia nascosta nella Fiat Punto di Antonio Dessì ha funzionato fino alla mattina dell’11 ottobre. Alle 9.34 di quel giorno l’auto si ferma e sei minuti dopo il proprietario trova e disattiva la «cimice». Dessì era appena uscito dalla casa di Antonio Cordì, figlio di Cosimo assassinato nel 1997, uno dei boss della cosca che comanda a Locri; evidentemente gli era stato detto di controllare e «bonificare» la macchina. Cinque giorni dopo, domenica 16 ottobre, nel centro di Locri viene ucciso Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale, esponente della Margherita, primo «omicidio eccellente» in terra di ’ndrangheta. Chissà che cosa avrebbe registrato, la «cimice», a commento di quel delitto. Fatto sta che, da quel giorno, inquirenti e investigatori decidono di stringere i bulloni di inchieste già avviate sulle cosche di Locri. E così si arriva a ieri e all’arresto di quattro giovani e giovanissimi considerati dall’accusa dei sicari al servizio dei Cordì. Il ruolo di «capo» è affibbiato proprio a Dessì, quello che in macchina parlava - intercettato dalla microspia - di armi, munizioni e delitti. Ha appena 23 anni ed è fidanzato con la figlia di una Cordì, sorella dell’ultimo assassinato in famiglia in ordine di tempo, Salvatore, ucciso il 31 maggio scorso. Con lui sono finiti in carcere gli amici e presunti «colleghi di ’ndrangheta» Domenico Novella, 29 anni, Bruno Piccolo, 27, e Alessio Scali, appena ventunenne.

Un gruppo di fuoco pronto all’uso, assicura il giudice che li ha fatti arrestare dopo aver letto le richieste del pubblico ministero Creazzo (lo stesso che indaga sull’omicidio Fortugno) e i rapporti della Squadra mobile di Reggio e del Servizio centrale operativo della polizia. Perché questo si deduce dalle intercettazioni effettuate nella Punto di Dessì dove il 17 settembre, ad esempio, lo stesso Dessì e Novella parlano (nella lettura degli inquirenti) di un assassinio in preparazione. E Novella dice: «Eh, eh, che è brutto, una cosa lorda, lo incrociamo con il motorino nel traffico, lo portiamo lo scanniamo da qualche posto, vediamo che strada fa, vai che lui è uscito da solo, è andato per il cimitero, prendiamo una macchina o un motorino e lo scanniamo, due se ne ritornano... (...) Noi saliamo di qua, vanno con il bazooka...».

Il giorno prima in macchina con Dessì c’erano Scali e Piccolo, e parlavano di armi. «La 9 lunga... La 357 dov’è... Ah, la 9x21 non c’è, la 9 Beretta non c’è, ne ha cinquantamila, ne ha», diceva Dessì, che poi aggiungeva: «La 52 che ha a casa?... Ne ha 50, deve avere...»; per gli investigatori gli ultimi riferimenti sono alle sigle M50 e M52 che vengono usate per identificare due tipi di bombe a mano in dotazione all’esercito dell’ex Jugoslavia. Due giorni più tardi, ancora Dessì parla di una probabile esercitazione di tiro e dice a un uomo non identificato: «Ti prendi il Benelli (marca di fucile, ndr) e prendi una trentina di cartucce, quanto ne... Se poi li vuoi portare tutti e due, noi tutti e due dobbiamo provare...». L’uomo risponde che per lui non c’è problema - «come vuoi», dice - e Dessì continua: «Piano piano si devono provare, due tre colpi alla volta...».

I soldati dei Cordì, insomma, ancora in lotta con la famiglia Cataldo per il predominio su Locri, secondo questa indagine erano e sono in piena attività criminale. Tanto che ancora il 31 ottobre scorso, due settimane fa, Dessì parla al telefono con un nipote del Cordì ucciso a maggio che gli domanda: «Ma vuoi spararlo tu a quello?». Evidente indizio di un omicidio in preparazione, secondo i magistrati. E di un controllo del territorio e degli affari di ’ndrangheta pressoché totale nel centro cittadino dove un mese fa è stato assassinato Francesco Fortugno, fuori dal seggio dove si votava per le primarie dell’Ulivo. Gli arresti di ieri non sono direttamente collegati a quel delitto politico-mafioso, ma la speranza degli investigatori è che dagli sviluppi di questa operazione possano scaturire spunti utili a fare luce anche sull’omicidio Fortugno. Perché l’arma che ha ucciso l’esponente della Margherita - una pistola calibro 9, lo stesso che ricorre nei discorsi degli arrestati - aveva già sparato proprio a Locri, lo scorso anno. Un altro indizio del probabile coinvolgimento, nel «delitto eccellente» dai contorni probabilmente più vasti, della più importante cosca locale.

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