Da La Stampa del 22/11/2005
Originale su http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=43&ID_art...

Tour in oriente l’ultima tappa a Ulan Bator

Guerra al terrore Bush corteggia il bastione mongolo

Tra Cina e Russia, l’America propone l’alleanza con il popolo di Gengis Khan

di Maurizio Molinari

ULAN BATOR - Paragonando le steppe mongole alle praterie del Texas il presidente George W. Bush conclude il viaggio asiatico nel palazzo del governo di Ulan Bator con un discorso nel quale sottolinea come l'America si considera il «terzo vicino» della nazione che da sempre soffre l'accerchiamento russo e cinese. Reduce dalle tensioni con Pechino sulla libertà religiosa e consapevole delle frizioni con Mosca sulle regole democratiche, Bush sceglie di incunearsi fra le due potenze regionali puntellando la partnership con la Mongolia. E lo fa sottolineando valori ed interessi che accomunano l'unica superpotenza del Pianeta ed una nazione con neanche tre milioni di abitanti ma posizionata nel cuore dell'Asia, il cui eroe è quel Genghis Khan descritto dai libri scolastici locali come «il creatore del mondo moderno».

Riferendosi ai valori Bush dice di sentirsi a casa in un Paese con «grandi cieli e vasti orizzonti come il mio Texas, creato da pionieri che penetrarono le pianure a dorso di cavallo e che sfidarono il gioco coloniale per conquistare la libertà». La platea disseminata di notabili in abito scuro, soldati reduci dall'Iraq, monaci buddisti e donne vestite di blu elettrico - il colore nazionale, indossato per l'occasione anche dalla First Lady - reagisce con calore al paragone fra gli eroi delle steppe e quelli delle praterie. E Bush rilancia disegnando l'alleanza: «La Mongolia odierna è nata dalla mobilitazione popolare che 15 anni fa fece cadere il comunismo, i nostri popoli amano la libertà e sono accomunati dal volerla difendere anche lontano dai propri confini, come dimostra il contributo che date ad addestrare le forze afghane e la vostra presenza nella coalizione in Iraq».

I soldati mongoli sono considerati «ottimi militari» dal Pentagono soprattutto per le qualità nel corpo a corpo e nella mira a lunga distanza e Bush ricorda l'abilità con cui due di loro - presenti in sala - hanno fermato un camion-bomba lanciato contro un tendone dove si stava svolgendo una messa per le truppe alleate nell'Iraq del Sud. «I soldati americani - sono le parole del presidente - sono orgogliosi si essere al fianco di simili guerrieri senza paura». Bush è il primo presidente americano in carica a mettere piede a Ulan Bator e ciò si deve al fatto che ritiene la Mongolia una delle giovani democrazie ex-comuniste sulle quali l'America può contare nella guerra al terrore. Da qui il paragone fra il comunismo di ieri ed il jiahdismo islamico di oggi, accomunati dal «legittimare l'uccisione di innocenti per edificare imperi totalitari» e dal «considerare debole e decadente tutti coloro che vivono nella libertà». «Chi non ha esitato nella Guerra Fredda non esiterà nella guerra al terrorismo - conclude Bush - ispirando afghani, iracheni e libanesi nel perseguire libertà andando a votare». Gli accenti forti del discorso sono gli stessi usati negli ultimi tre anni parlando sulle piazze di Vilnius, Bucarest, Bratislava e Tbilisi perché Bush sente di rappresentare i valori dei popoli ex-comunisti, come raramente avviene nelle nazioni alleate di Europa Occidentale, Corea e Giappone.

Al fine di testimoniare in concreto l'apprezzamento per le scelte del premier Elbegdorj Tsakhia, Bush porta a Ulan Bator un pacchetto di aiuti militari per 11 milioni di dollari e la promessa di nuovi investimenti chiedendo però il varo di leggi più energiche contro la corruzione ed in favore delle privatizzazioni.

E' stato l'incontro fra Bush e Tsakhia a confermare che le ragioni della partnership vanno ben oltre l'Iraq e l'Afghanistan: la Mongolia è l'unica nazione davvero amica degli Usa che siede nell'Organizzazione per la cooperazione di Shangai ovvero il forum regionale che Mosca e Pechino hanno spinto negli ultimi mesi ad invocare il ritiro di tutte le truppe americane dall'Asia Centrale. Tanto più Mosca e Pechino convergono su iniziative che tendono ad escludere Washington dall'Asia - come le recenti manovre militari congiunte nel Pacifico - tanto più cresce per la Casa Bianca l'importanza degli eredi di Gengis Khan.

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