Da La Stampa del 23/11/2005

Il vento di Berlino

di Aldo Rizzo

Da quasi 43 anni, da quel 22 gennaio 1963, quando Charles de Gaulle e Konrad Adenauer firmarono solennemente all’Eliseo il patto franco-tedesco e ne fecero il riferimento essenziale di ogni politica europea, i leader dei due maggiori Paesi continentali generalmente riservano l’uno all’altro la prima visita ufficiale. Così ha fatto anche Angela Merkel, che stamane è ricevuta all’Eliseo da Jacques Chirac. Ma, forse per la prima volta, questa sarà una visita almeno in parte diversa. Certo, «Frau Bundeskanzlerin», la signora Cancelliera, riafferma simbolicamente il rapporto privilegiato tra Germania e Francia, ma il messaggio che porta al Presidente francese è che il rapporto non sarà più esclusivo e che il famoso «asse» Parigi-Bonn, e poi Parigi-Berlino, dovrà aprirsi a un’intesa più ampia con altri partner dell’Unione europea, e senza pregiudizio per l’alleanza transatlantica con gli Stati Uniti d’America.

Angela Merkel dirà anche che quella singolare alleanza franco-russo-tedesca, che specie dopo l’attacco all’Iraq ha fatto un po’ da contraltare alla Nato, non ha più ragione di essere. Beninteso, l’amicizia con la Russia resta fondamentale (e lo ribadirà a Putin, che saggiamente l’ha già invitata al Cremlino), ma «non a qualsiasi prezzo» (involuzione autoritaria del postcomunismo, repressione in Cecenia), e comunque non può passare sulla testa di altri Paesi europei, come la Polonia o la Repubblica ceca, già in preda a sintomi, anche malsani, d’isolamento. E, per dire, Varsavia appunto sarà un’altra delle prime visite di Angela, come ovviamente Washington.

Ma intanto già oggi, dopo Parigi, la Cancelliera sarà a Bruxelles, per incontri con i vertici della Commissione europea e della Nato, ai quali dirà che entrambe le istituzioni rappresentano (ritornano) i pilastri della nuova politica estera tedesca. E domani sarà a cena a Londra da Tony Blair, con cui concorderà sull’importanza dell’alleanza con Washington, ma precisando che, nell’alleanza, c’è spazio anche per il dissenso, e per l’esigenza di aperte e concrete, non ritualistiche, consultazioni, quando è in gioco l’interesse comune (contro il terrorismo islamista e non solo). Blair, poi, dovrebbe riequilibrare il suo atlantismo con una più marcata vocazione europea, specie ora che è presidente di turno dell’Ue.

Ovviamente, queste previsioni non sono il frutto d’informazioni riservate o dell’immaginazione giornalistica (e va da sè che discorsi tanto impegnativi saranno appena abbozzati, se pure, in questi primi incontri formali). Esse scaturiscono dalla lettura del documento di 15 pagine sulla politica estera della Grande Coalizione, approvato il 10 novembre dopo cinque settimane di discussioni. Si tratta, è chiaro, di un compromesso tra le due grandi formazioni che si sono inutilmente contese una risolutiva vittoria elettorale e che ora intendono, o sono costrette a fare, un tratto di strada in comune. Il compromesso funzionerà? Si può sperare di sì, perché è realistico, e tale resta anche nell’ipotesi di complicazioni parlamentari, di politica interna. In altre parole, è lo schema di quella che potrebbe o dovrebbe essere la politica estera comune dell’Unione europea, in questo momento storico.

Già, ma l’Unione europea in quanto tale? Come prepararne un efficace rilancio? Il documento vi dedica sette delle quindici pagine, e già questo è un buon segnale. L’appuntamento decisivo è tra un anno, quando Berlino avrà la presidenza di turno, e contemporaneamente ci saranno le elezioni presidenziali in Francia e ci saranno già state le elezioni politiche in Italia. Per importante e determinante che sia la Germania, la Cancelliera ha bisogno del contributo altrui. Anche di noi italiani, per esempio.

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