Da La Repubblica del 26/11/2005

Mille esecuzioni, macabro record Usa

Mercoledì toccherà a Robin Lovitt. Ultimi appelli al governatore

La pena capitale, abolita nel 1972, fu poi ripristinata da una sentenza della Corte Suprema nel 1976
Sul caso pesano forti dubbi: tutte le prove furono distrutte da un funzionario nel 2001
Lovitt doveva morire l'11 luglio scorso, ma la sentenza fu sospesa all'ultimo momento

di Alberto Flores D'Arcais

NEW YORK - «Let's do it». Le ultime parole con cui Gary Gilmore salutò il mondo davanti a un plotone d'esecuzione dello Utah - «facciamolo, procediamo», - sono rimaste tristemente famose nella storia della pena di morte americana. Gilmore, assassino di un manager di motel, un criminale che aveva al suo attivo una lunga serie di reati (e un paio di tentativi di suicidio in carcere), fu il primo giustiziato degli Stati Uniti dopo dieci anni di moratoria, una sentenza della Corte Suprema che aveva bandito la pena capitale (nel 1972) e una nuova decisione della stessa Corte (1976) che lasciava liberi gli Stati di reintrodurla.

Era il 17 gennaio del 1977 e il caso Gilmore fece molto scalpore.

Non solo perché era il "numero uno" di una nuova éra della giustizia americana, ma anche perché la sua storia - Gilmore aveva trascorso diciotto degli ultimi ventuno anni della sua vita in carcere e il giorno prima dell'omicidio per cui era stato condannato a morte aveva ucciso un benzinaio - venne immortalata due anni dopo in una famoso libro di Norman Mailer («The Executioner's Song», «Il canto del boia» nella traduzione italiana) che fece vincere allo scrittore il suo secondo premio Pulitzer e diventò in seguito anche una miniserie televisiva. Da quel giorno sono passati quasi ventinove anni e 997 esecuzioni. Lunedì e martedì prossimi ne seguiranno altre due in Arkansas e Ohio e mercoledì, quando un'iniezione letale ucciderà un killer in un carcere della Virginia, nella storia recente della pena di morte negli Usa verrà raggiunta la simbolica cifra del giustiziato numero mille.

Il triste primato dovrebbe toccare a Robin Lovitt, un nero di 41 anni.

Lovitt venne condannato a morte nel 1999: il 18 novembre 1998, dopo aver barattato la sua televisione da venti dollari per due dosi di crack era entrato in una sala da biliardo (dove lui stesso aveva in precedenza lavorato) per compiere una rapina e aveva accoltellato a morte «con un paio di forbici» il gestore della sala, nonché ex suo datore di lavoro ed amico.

Lovitt, che da cinque anni è rinchiuso nel braccio della morte di un penitenziario in Virginia, pochi mesi fa era già entrato nella cella della morte di Greensville - prigione dove vengono eseguite le condanne a morte in quello stato del Sud - e venne salvato, a poche ore dall'esecuzione, da una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti motivata da una grave carenza durante il percorso giudiziario che aveva accompagnato Lovitt verso la forca: la decisione di un funzionario del tribunale di buttare via, nel 2001, le prove del caso, nonostante gli appelli della difesa fossero ancora aperti. Comprese le forbici, arma del delitto, e il Dna dell'assassino raccolto dagli investigatori nella sala da biliardo.

Era l'11 luglio scorso e Lovitt si salvò esattamente 260 minuti prima che il boia (in genere un medico o un chimico, ma il nome e il mestiere sono assolutamente top secret) gli iniettasse nel sangue il veleno letale. Pochi giorni dopo Repubblica aveva potuto visitare la stanza della morte nel blocco «L» del penitenziario di Greensville e anche la cella dove Robin Lovitt aveva trascorso tre giorni nella totale convinzione che sarebbero stati gli ultimi della sua vita.

Lovitt aveva potuto ringraziare uno strano incrocio del destino: attraverso un programma della Università di Notre Dame - che aveva "adottato" il suo caso - la sua storia era finita nei file di Kenneth Starr, il famoso procuratore del caso Clinton-Lewinsky, uno dei legali più costosi d'America e convinto sostenitore della pena di morte. Starr si era appassionato al caso e grazie al suo nome e ai suoi legami con gli ambienti che contano a Washington era riuscito a trasformare uno dei tanti casi di pena capitale in Virginia in una storia di rilievo nazionale. La vicenda di Lovitt lo aveva talmente colpito che aveva finito per confessare di aver rivisto anche alcune delle sue convinzioni sulla pena di morte.

Fra un paio di giorni, però, Lovitt dovrà tornare nel braccio «L» di Greensville - meglio conosciuto tra detenuti, polizotti, secondini e avvocati con il nome di Hellsville, la città dell'inferno - e il 30 novembre farà il suo ingresso nella stanza della morte: una stanza pulita ed asettica, simile a quelle di un ospedale, un rettangolo di circa sei metri per cinque dove accanto alla vecchia sedia elettrica ancora funzionante ci sono il lettino per il condannato e una pesante tenda blu che nasconde gli strumenti (i tubicini per iniettare il veleno, la macchinetta per controllare il battito cardiaco) con cui la Giustizia seguirà inesorabile il suo corso.

A meno che non succeda quello che Lovitt, i suoi familiari, Kenneth Starr e le migliaia di persone che si sono interessate a questo caso si augurano: che Mark R. Warner, governatore democratico della Virginia, conceda la grazia al condannato. Dopo aver ordinato la sospensione, il 3 ottobre scorso la Corte Suprema ha infatti deciso - senza dare alcuna spiegazione - di non riaprire il caso, e a questo punto solo l'intervento del governatore può salvare la vita di Lovitt trasformando la sua condanna a morte nell'ergastolo without parole, senza possibili sconti di pena.

Warner, governatore uscente che fra poco più di un mese lascerà l'incarico, non ha mai concesso la grazia da quando venne eletto nel 2002. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori sono convinti che non interverrà neanche questa volta. Altri pensano il contrario: ricordando come anche il suo avversario del 2002, l'ex procuratore generale della Virginia Mark L. Earley -convinto sostenitore della pena di morte - abbia dichiarato che in «questo caso è moralmente giusto concedere la grazia», e come il successore di Warner, il democratico Tim Kaine, abbia addirittura dichiarato nella vittoriosa campagna elettorale di essere contrario «per motivi religiosi» alla pena di morte. Ieri anche il Washington Post ha chiesto a Warner di graziare il condannato con un editoriale dedicato al caso. Decisione difficile: Warner è un possibile candidato democratico alle elezioni del 2008 e l'America è ancora in maggioranza favorevole alla pena capitale.

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