Da La Repubblica del 20/03/2006
Originale su http://www.repubblica.it/supplementi/af/2006/03/20/attualita/010zaino.html

Gas serra: l’Ue e le ‘quote’ che non funzionano

di Paola Jadeluca

Si comprano a 26,6526,80 euro alla tonnellata. E’ la quotazione media sulle tre principali Piazze di riferimento, Ecx di Londra, la francese Powernext e la scandinava Nordpool. Non sono nuovi derivati sull’energia, ma i costi al listino delle emissioni di carbonio. Sì, la famigerata CO2, causa del buco nell’ozono, viene comprata e venduta in Borsa, un mercato che si sta rivelando anche particolarmente attivo. Un paradosso, frutto indiretto degli accordi di Kyoto. Il 16 febbraio 2005 è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto, che fissa per i Paesi industrializzati l’obbligo di ridurre le emissioni di gas serra. Alla base il principio delle quote di emissione di CO2: un vero e proprio permesso ad emettere stabilito per ciascuna impresa interessata, che deve contribuire al raggiungimento di una riduzione globale delle emissioni, con obiettivi di riduzione dichiarati sia a livello nazionale, attraverso un Piano Nazionale di Allocazione, che a livello europeo, ed istituisce un sistema comunitario per lo scambio delle quote per tutti i paesi dell’Unione, definendo impegni e sanzioni per ciascuna "installazione" o impianto inserito nel Piano. Al termine di ogni anno le emissioni effettive devono assicurare il pareggio con quelle autorizzate. Chi ha inquinato di più rispetto alle quote possedute può comprare, ecco il termine trading, le quote mancanti da chi è nella situazione opposta.

Un simile meccanismo di scambio "virtuoso" è fondato su un regime di controllo delle emissioni effettivamente rilasciate, che debbono essere comunicate ad un’Autorità Nazionale Competente in modo trasparente, completo e verificabile attraverso la redazione di un bilancio annuale.

Ma le misure stabilite per ridurre le emissioni senza traumi eccessivi per i paesi dell’Ue rischiano di provocare l’effetto opposto, ovvero come un boomerang di aumentare le emissioni. Con un potenziale rischio di aumento della bolletta elettrica. Almeno nel nostro paese. Nella sola Italia si stima una richiesta di emissioni extra entro il 2010 pari a circa 64 tonnellate l’anno, come dire 1,7 miliardi di euro, dicono le rilevazioni dell’Agenzia europea per l’Ambiente. Questo nello scenario più ottimistico. Secondo lo scenario più pessimistico, delineato dall’Agenzia, il fabbisogno potrebbe addirittura salire a 100 milioni di tonnellate, pari a 2,6 miliardi di euro all’anno.

Come è possibile tutto questo? Semplice, per i principi adottati che consentono a chi produce meno emissioni di venderle e a chi ne produce di più di comprarle. Una compensazione tra creditori e debitori, pensata probabilmente per attenuare la prima fase di decollo delle misure di abbattimento dei limiti. Ma che non ha previsto gli effetti distorsivi. «L’obiettivo doveva essere creare incentivi economici per ridurre emissioni di CO2. In realtà il metodo di allocazione dei diritti di emissione si limita a fotografare la situazione esistente e, per certi versi, penalizza addirittura le tecnologie migliori», racconta Massimo Orlandi, amministratore delegato di Energia, del gruppo Cir. Spiega Orlandi: «Gli impianti a ciclo combinato a gas, i più puliti, emettono 368 grammi di gas serra a kilowattora, e mantengono questo limite. Un impianto a ciclo a carbone ne produce circa 980, e ha diritto a emettere fino a questo tetto. Non solo. Anche le ore di produzione permesse sono tenute più basse per gli impianti a gas e più alte per gli impianti a emissioni più elevate». Le disposizione italiane sono mutuate su schema europeo. Un paese come la Germania, che ha ereditato vecchi impianti della Ddr, altamente inquinanti, ha beneficiato della chiusura di questi impianti, perché può vendere sul mercato i diritti a emettere. Il nostro paese ha ormai trasformato quasi tutti i vecchi impianti in impianti puliti e molti sono in via di trasformazione, ha tecnologia a minimo impatto, le emissioni di polveri sottili e ossidi di zolfo sono praticamente annullati. Ma, dicono le previsioni Agenzia europea, avrà un deficit oscillante tra i 64 e i 100 milioni di tonnellate. Che fare? Comprare CO2 costa meno che pagare la multa prevista per gli inadempienti, fissata a 40 euro per tonnellata. Ecco la corsa allo shopping in Borsa, invece che a cercare di ridurre i gas serra. Con un secondo impatto, come rileva la stessa Agenzia europea per l’Ambiente, di beneficiare gli industriali che possono pagare, rischiando di far uscire dal mercato le realtà minori, con maggiori limiti di liquidità. Negli obiettivi di Kyoto rientrano tutte coloro che emettono Co2, mentre il sistema di emission trading si applica, per il momento, solo ad alcune categorie. Sono esclusi, i trasporti, per esempio, come gli aerei, che invece contribuiscono notevolmente al cambio di clima. Comunque sia, un gran calderone in cui finiscono virtuosi e meno virtuosi.

Il prezzo dei gas serra, dice l’ultimo Report dell’Agenzia europea dell’ambiente, si è impennato subito dopo l’adozione dello EuEts, European Emission Trading System, che nel 2005 ha avviato la fase pilota che si concluderà nel 2007, dopo di che si darà il via a una secondo triennio, fino al 2010. Il tempo per ripensare già da ora il meccanismo e, come chiedono gli industriali, ricalibrare i criteri di allocazione.

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