Da La Stampa del 31/07/2006
Originale su http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_art...

Questo non è difendersi

di Igor Man

La guerra coi filmati della tv: tanks, missili, profughi che scorrono alle spalle del bravo telecronista, ha ora un'immagine antica: la strage degli innocenti. Il massacro di Cana moltiplica il già pesante numero di civili morti ammazzati (nelle prime due settimane) di questa guerra che un po' tutti dicono di voler fermare ma non si capisce come e quando.

Il presidente Bush, venerdì scorso, s'è detto «turbato» di apprendere che le vittime civili assommavano già a seicento morti e passa. Di più: egli, cristiano militante, avrebbe definito «oltraggiosa» l'interpretazione israeliana del risultato bianco della Conferenza di Roma. L'acrobazia semantica che ha offuscato, nella dichiarazione finale, l'imperiosità d'un cessate il fuoco immediato, la leadership israeliana l'ha interpretata come un «disco verde». Invece no, è «una lettura sbagliata», codesta, della Conferenza di Roma: lo ha detto chiaro e forte il nostro ministro degli Esteri al suo arrivo a Gerusalemme («Non possiamo giustificare quel ch'è accaduto») mentre la Signora Rice si è detta «molto rattristata» annunciando poi che il suo viaggio previsto (per ieri ndr) a Beirut «è stato per il momento sospeso». Fonti ufficiose vorrebbero che il segretario di Stato abbia anche detto: «E' giunto il momento d'un cessate il fuoco». Vedremo. Si vuole che le immagini in diretta da Cana trasmesse dalla tv libanese abbiano «profondamente scosso» la Signora Condi, «visibilmente impaziente di comunicare col Presidente Bush». Anche perché in Medio Oriente è subito corsa la voce che la decisione di sospendere il viaggio a Beirut non sia stata una «libera scelta» del segretario di Stato americano. A fermarla avrebbero concorso l'accusa di inattendibilità mossale dal presidente libanese Lahoud e una «ruvida» telefonata del premier libanese, Siniora, sconvolto «sino alle lacrime» dalle immagini del massacro di Cana, evangelico sito in un paese, il Libano, dove i cristiani-maroniti sono una presenza invero storica.

Certamente la propaganda islamica inzuppa il microfono nel sangue degli innocenti ma non per questo il massacro di Cana può trovar giustificazioni o attenuanti. E' vero che Israele ha il diritto di reagire, la guerra è guerra, ma un paese democratico, braccio destro e maestro degli Stati Uniti, deve avere il coraggio di sottrarsi alla perversa spirale della violenza cieca. L'uso della forza va disciplinato da chi, come Israele, possiede la cultura per farlo. Un'alta fonte vaticana conviene sul «diritto della legittima difesa» mancando un'autorità internazionale dotata dei poteri «per risolvere l'evento-conflitto». Ricorda tuttavia che anche in guerra v'è un diritto da rispettare. «Esiste e sussiste un “jus in bello”» volto soprattutto a non coinvolgere civili innocenti.

Non si placa in Israele la polemica sulla strage di Cana anche se in definitiva è stragrande la maggioranza di chi si riconosce nelle parole del premier Olmert, domenica, al consiglio dei ministri. Eccole: «Desidero esprimere il mio profondo dolore per la morte di civili innocenti(...), nulla è più estraneo al nostro spirito, più lontano dai nostri pensieri o più contrario ai nostri interessi che nuocere agli innocenti». In precedenza il premier aveva però definito Cana come un «sicuro rifugio» per i guerriglieri sciiti di Hezbollah.

Francamente sconcerta la notizia secondo cui le autorità militari hanno aperto una inchiesta «per accertare come mai la presenza di civili a Cana non fosse stata notata negli ultimi giorni». A tal fine il governo di Gerusalemme ha annunciato una tregua di 48 ore. Israele mena vanto del suo esercito, un modello di efficienza, un esercito «popolare» nel senso più autentico della parola; Israele mena altresì vanto di un servizio di intelligence (civile e militare) di rara capacità nel mondo. Riesce invero difficile, dunque, immaginare che lo Shin Bet (il cui implacabile monitoraggio ha consentito a Israele di eliminare con i cosiddetti omicidi mirati una folta schiera di terroristi nati dalla costola di Hamas, di Hezbollah) non si sia accorto che quella palazzina a tre piani di Cana era gonfia di profughi disperati, in larga parte bambini.

Quali che siano le «giustificazioni» del governo, rimane il fatto, come ha dichiarato con dura secchezza Yossi Beilin, il leader del Meretz, uno dei protagonisti degli accordi di Oslo, che «è impossibile accettare la morte di innocenti civili».

Spiace dirlo ma non è la prima volta che Israele affronta una tale deriva. Il 18 di aprile del 1996 durante l'operazione «Furore» lanciata contro i guerriglieri di Hezbollah, a un passo dalla palazzina della strage di Cana, l'artiglieria israeliana centrò una base dell'Unifil dove s'erano rifugiati parecchi civili. I morti furono centodue, la metà bambini. Primo ministro, allora, era il Premio Nobel della Pace Shimon Peres, il nobile compagno di strada di Rabin, il «soldato della pace», ucciso da un giovane integralista israeliano. Peres ammise lealmente l'errore rammaricandosi (intimamente) d'essersi affidato al «criterio tecnico» dei militari. Shimon Peres si giocò l'eredità politica di Rabin e dopo una serie di primi ministri da dimenticare Sharon sembrò, proprio in fine di carriera, aver appreso la lezione della politica agendo in consonanza coi «borghesi» ma riservandosi l'ultima parola.

Grazie alle «eveline», le immagini della strage degli innocenti sono sul mercato televisivo mondiale. Immagini crudeli: il tronco d'un fanciullo pietrificato dalla morte improvvisa, il capo riverso, la bocca spalancata dall'urlo finale, le mani a cercare le gambe volate via, chissà dove. Due mani, due mani soltanto, di donna a galleggiare incrociate sul grembo ch'è un grumo di carbone: CD collateral damage, vale a dire vittime civili, secondo il linguaggio inventato per esorcizzare l'orrore della guerra che uccide gli innocenti.

Israele è un paese di centurioni dove un po' tutti amano far politica. Ma mentre la politica si può imparare, soldati si nasce. Davanti alla strage di Cana vien fatto di pensare che, sparito Sharon, sia finita quella consonanza fra esercito e leadership cui si debbono le tante vittorie di Israele: rapide, preventive o di legittima difesa che fossero le guerre. Ora la leadership israeliana chiede «altri dieci giorni» per chiudere la partita. E' buio in Terra Santa.

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