Da New Statesman del 02/04/2003

La guerra delle Menzogne

di John Pilger

Ho fatto il reporter in troppi luoghi dove le menzogne pubbliche hanno ,mascherato le colpe di grandi sofferenze - dall'Indocina all'Africa del Sud, da Timor Est all'Iraq - per limitarmi a voltare pagina o a spegnere il telegiornale, e accettare che il giornalismo sia soltanto questo: "Aspettare davanti a una porta chiusa per sentirsi raccontare delle frottole", come dice Russell Baker del New York Times. Le poche eccezioni sollevano il morale. Un articolo di Robert Fisk, il grande giornalista dell'Indipendent, solleva sempre il morale, indipendentemente dall'argomento trattato. Ma i simulatori, le voci del murdochismo e le nullità liberali della rampante potenza americana possono giustamente osservare che la Pravda non ha mai pubblicato un Fisk.

"Come ci riuscite?", chiese un redattore della Pravda che aveva visitato gli Stati Uniti insieme ad altri giornalisti sovietici in piena guerra fredda. Dopo aver letto tutti i giornali e guardato la tv, erano rimasti sbalorditi nel constatare che le notizie e le opinioni dall'estero erano tutte più o meno identiche. "Nel nostro paese per ottenere questi risultati mettiamo la gente in prigione e gli strappiamo le unghie. Qual'è il vostro segreto?".

Il segreto è l'accettazione, spesso inconscia, di un'eredità dell'Europa Imperiale: la regola non scritta di raccontare paesi e società intere dal punto di vista della loro utilità per gli "interessi" occidentali, minimizzando e offuscando la colpa dei "nostri" crimini. "Cosa dovremmo fare no?" è l'immancabile grido dei media, ma raramente si chiedono chi siamo "noi" e quali siano le "nostre" vere priorità, basate su una storia di conquiste e di violenza.

Le sensibilità progressiste sono offese, addirittura sconvolte dal doppio metro di giudizio imperiale della modernità. Ma solo raramente si segue l'orma di sangue, i collegamenti non si fanno mai, i "nostri" criminali - che uccidono o sono complici nell'uccidere un gran numero di esseri umani a distanza di sicurezza - non vengono nominati, a eccezione di un simbolo occasionale come Henry Kissinger. Almeno seimila operazioni criminali condotte nell'era moderna dagli Stati Uniti, individuate e documentate, come il complotto che guidò la strage "dimenticata" di circa un milione di persone in Indonesia nel 1965-66, hanno provocato più morti innocenti di quelli uccisi nell'Olocausto.

Mafia dinastica. Ma questo è irrilevante per il giornalismo di oggi. La protezione di centinaia di tiranni, assassini e torturatori a opera degli Stati Uniti, e persino l'addestramento di fanatici del jihad islamico nei campi della Cia in Virginia e in Pakistan, non ha nessuna importanza. Il fatto che gli Stati Uniti probabilmente ospitino più terroristi di qualunque altro paese della terra, compresi i dirottatori di aeroplani e di barche da Cuba, controllori degli squadroni della morte salvadoregni e uomini politici che le Nazioni Unite hanno definito come complici di genocidio, non ha evidentemente nessun interesse per chi sta davanti alla Casa Bianca e racconta, con la faccia seria, "la guerra dell'America contro il Terrosismo".

Che George Bush senior, ex capo della Cia ed ex presidente, in base a tutte le norme del diritto internazionale sia uno dei più grandi criminali di guerra dell'era moderna, e che l'amministrazione illegittima di suo figlio sia un prodotto di questa mafia dinastia, sono fatti da non ricordare.

Il resto della risposta all'incredulo interrogativo sollevato dai giornalisti della Pravda in America è la censura per omissione. Quando informazioni di vitale importanza illuminano i veri obiettivi della "sicurezza nazionale", queste informazioni perdono la "credibilità" dei media e vengono relegate ai margini, consegnate all'oblio. E così in Europa la stampa seria può promuovere falsi dibattiti per discutere se "noi" dobbiamo attaccare l'Iraq. I protagonisti del dibattito, orgogliosi liberali che con altrettanto orgoglio hanno sostenuto altre invasioni di Washington, controllano il rispetto dei limiti.

Questi "dibattiti" sono impostati in modo tale che l'Iraq non risulta essere nè un paese nè una comunità di 22 milioni di esseri umani, ma solo un uomo: Saddam Hussein. Un'immagine del mefistofelico tiranno domina quasi sempre la pagina. "Dovremmo fare la guerra a quest'uomo?", è uno dei titoli che ricorrono più spesso. Per apprezzarne l'efficacia provate a sostituire l'immagine con una fotografia di bambini iracheni martoriati, e il titolo con "Dovremmo fare la guerra a questi bambini?". La propaganda allora diventa verità. L'eventuale attacco all'Iraq sarà condotto, possiamo esserne certi, in tipico stile americano, con abbondanza di bombe a grappolo e di uranio impoverito, e le vittime saranno i giovani, i vecchi, i vulnerabili, come i cinquemila civili che secondo calcoli attendibili sono stati uccisi dai bombardamenti in Afghanistan. Quanto al perfido Saddam Hussein, ex amico di Bush senior e di Margaret Thatcher, la sua via di fuga è quasi sicuramente garantita.

Ipotesi statistica. Lo spazio attualmente dedicato dai media all'Iraq, gestito spesso da anonimi professionisti della manipolazione e pedine dei servizi di sicurezza e di intelligence, quasi sempre omette una verità. E' la verità dell'embargo imposto all'Iraq dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, giunto ormai al suo tredicesimo anno. Centinaia di migliaia di persone, soprattutto bambini, sono morte a causa di questo assedio. Il giornalismo più tendenzioso che io riesca a ricordare ha cercato di minimizzare la portata di questo crimine arrivando a definire la morte dei bambini iracheni una semplice "ipotesi statistica". I fatti sono documentati da una serie di studi internazionali, dalle Nazioni Unite all'Università di Harvard. (per un compendio si veda il saggio di Erik Herring dell'Università di Bristol. Potere, propaganda e indifferenza: come spiegare la persistente imposizione di sanzioni economiche contro l'Iraq malgrado i loro costi umani, che può essere chiesto scrivendo direttamente a: eric.herring@bristol.ac.uk).

Tra coloro che oggi discutono se il popolo iracheno vada colpito con le bombe a grappolo e incenerito oppure no, raramente appaiono i nomi di Denis Halliday e Hans von Sponeck, i due uomini che hanno fatto di più per sfondare il muro della propaganda. Nessuno conosce i possibili costi umani meglio di loro. Come vicesegretario delle Nazioni Unite, Halliday ha dato inizio al programma "petrolio in cambio di cibo". Von Sponeck è stato il suo successore. Figure eminenti nel campo dell'assistenza ad altri esseri umani, hanno concluso la loro lunga carriera nelle Nazioni Unite con le dimissioni definendo l'embargo un "genocidio".

In un intervento del novembre 2001, pubblicato dal Guardian, hanno scritto: "Il rapporto del segretario generale dell'Onu nell'ottobre scorso ha chiarito che il blocco di aiuti umanitari per un valore di quattro miliardi di dollari imposto dai governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna è di gran lunga il maggiore freno all'attuazione del programma "petrolio in cambio di cibo". Il rapporto sostiene che, al contrario, la distribuzione degli aiuti da parte del governo iracheno è pienamente soddisfacente e la morte di cinque o seimila bambini è imputabile soprattutto al consumo di acqua inquinata, alla mancanza di farmaci e alla denutrizione. La responsabilità è dei ritardi del governo americano e britannico, non di Bagdad".

Halliday e von Sponeck si dicono certi che se Saddam Hussein trovasse vantaggioso negare deliberatamente al suo popolo gli aiuti umanitari non esiterebbe a farlo, ma le Nazioni Unite, a partire dallo stesso segretario generale, dichiarano che il regime potrebbe fare senz'altro di più, però non ha intercettato gli aiuti. DI fatto secondo la Fao, l'Organizzazione dell'Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, senza il sistema di razionamento e di distribuzione dell'Iraq ci sarebbe stata una vera e propria carestia. Halliday e von Sponeck sottolineano che Stati Uniti e Gran Bretagna riescono a respingere le critiche alle sanzioni sostenendo che in realtà la gente è "punita" dal regime. Ma se questo è vero, dicono perchè l'America e la Gran Bretagna la puniscono ancora di più bloccando deliberatamente aiuti umanitari come vaccini, antidolorifici e attrezzature per diagnosticare il cancro?

Blocco degli aiuti. Di questo deliberato blocco degli aiuti sulla stampa europea si parla ben poco. La cifra ormai è di quasi cinque miliardi di dollari in prodotti collegati agli aiuti umanitari. Ancora una volta, il direttore esecutivo dell'Onu per il programma "petrolio in cambio di cibo" ha rotto il silenzio diplomatico per esprimere "grave preoccupazione per l'aumento senza precedenti nel volume di ostacoli frapposti ai contratti (dagli Stati Uniti)". Un diplomatico americano ha detto non ufficialmente che il blocco "rientra nella guerra al terrorismo". Ignorando o cancellando questi fatti, le loro cause e le loro conseguenze umane, insieme alle vere dimensioni di quattro anni di bombardamenti condotti dall'aviazione statunitense e britannica (secondo il Pentagono, nel 1999-2000 gli Stati Uniti hanno portato a termine 24mila "missioni di combattimento" sull'Iraq), i giornalisti preparano il terreno per un attacco totale. Il pretesto ufficiale - e cioè che l'Iraq non avrebbe rispettato le richieste dell'Onu sulla distruzione delle sue armi di sterminio di massa - non è stato neppure messo un discussione. Viene sistematicamente e falsamente ripetuto che gli ispettori dell'Onu sono stati "espulsi", mentre invece furono ritirati perchè tra loro vennero individuate delle spie americane proprio quando Stati Uniti e Gran Bretagna si preparavano ad attaccare l'Iraq. Inoltre all'epoca, nel dicembre 1998, le Nazioni Unite riferirono che l'Iraq aveva accolto il 90 per cento delle richieste degli ispettori. "In altri termini", dice Eric Herring, "l'Iraq ha fatto gran parte di ciò che gli era stato chiesto, seppure a malincuore. Per dirla brutalmente, stiamo per fare una guerra basata sulle menzogne, e alcuni di quelli che oggi sostengono la necessità della guerra sanno bene qual'è la verità. Il vero obiettivo dell'attacco sarà sostituire Saddam Hussein con un altro docile mascalzone". Sono falliti anche gli sforzi di alcuni giornalisti statunitensi e britannici che si sono prestati a fare da canale per l'intelligence americana nel tentativo di collegare l'Iraq al'11 settembre. La "pista irachena" dell'antrace si è dimostrata un vero bidone: il colpevole è quasi certamente americano. La voce secondo cui un ufficiale dell'intelligence irachena aveva incontrato a Praga Mohammed Atta, il dirottatore dell'11 settembre, è stata seccamente smentita dalla polizia ceca.

Eppure le "inchieste" della stampa che alludono, indicano, erigono un uomo di paglia o due e poi si ritirano, dando comunque al lettore l'impressione generale che l'Iraq abbia bisogno di una buona lezione, sono diventate un fenomeno comune. Un reporter britannico ha persino aggiunto la sua "opinione personale" che "l'uso della forza è al tempo stesso giusto e ragionevole". Sarà presente quando le bombe spargeranno i loro grappoli?

Chi osa prendere la parola contro la propaganda è accusato di essere un apologeta del tiranno. Assistiamo così alla nascita di un samizdat elettronico, mentre un numero sempre maggiore di persone cerca informazioni alternative. Raccomando un nuovo sito web curato dallo scrittore britannico David Edwards, la cui analisi fattuale e approfondita dei servizi sull'Iraq, sull'Afghanistan e su altre questioni ha già suscitato quel genere di difesa risentita ce dimostra quanto gran parte del giornalismo, soprattutto quello che si definisce liberale, si sia ormai disabituato alle contestazioni e alla responsabilità. L'indirizzo è www.MediaLens.org.

E' ora di mettere in prima pagina tre questioni urgenti. La prima è impedire a George W. Bush e al suo alleato Blair di uccidere un gran numero di persone in Iraq. La seconda è un embargo di armi e tecnologia militare da applicare a tutta l'area del Golfo e del Medio Oriente: un embargo che colpisca sia l'Iraq sia Israele. La terza è la fine del "nostro" assedio contro un popolo tenuto cinicamente in ostaggio a causa di avvenimenti su cui non ha nessun potere di controllo.

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