Da La Repubblica del 30/05/2003

Bush in Medio Oriente missione obbligata

di Vittorio Zucconi

WASHINGTON - LA CONFERMA che non sono state trovate armi devastanti in Iraq e che l’Amministrazione americana ha addirittura mentito sapendo di mentire, esagerando per «ragioni burocratiche», come ammette con delicata sfrontatezza il numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz, è il brutto viatico che accompagna George Bush al suo arrivo questa mattina in Europa e verso i vertici sul Mar Rosso con arabi, palestinesi e israeliani.

E' stata un’ammissione che rafforzerà nel pacifismo e nell’antiamericanismo europei la convinzione della nequizia yankee, ma che può essere letta paradossalmente alla rovescia, come un fatto positivo. Lo è perché ora il Presidente è prigioniero del proprio successo militare e della necessità morale e politica di dimostrare seriamente che l’invasione è stata più di una campagna contro un gangster arabo e un’armata di fantasmi.
Ora si capiscono meglio la premura e il vigore con i quali, nelle ultime settimane, la Casa Bianca aveva riscoperto un conflitto per il quale aveva mostrato tanta svogliatezza per tre anni. L’inaspettata passione di questo presidente per un rompicapo che ha consumato tanti dei suoi predecessori, nasce da qualcosa che molti, soprattutto all’Onu, sospettavano. Che il battage sulle armi fosse una montatura propagandistica per tentare di facilitare consensi internazionali e che il vero obbiettivo fosse il «cambio di regime», obbiettivo che le Nazioni Unite non avrebbero mai potuto sancire, con un voto del Consiglio. Sempre augurandoci che la cura non sia stata peggiore del male e che Saddam Hussein non abbia distribuito i suoi arsenali al terrorismo islamico, se fosse vera un’altra teoria sempre ripetuta alla vigilia, l’alleanza organica tra Bagdad e Al Qaeda.

Ma se il casus belli a priori fa acqua, è il dopo guerra che deve salvare tutto e dare una piena, grande giustificazione a posteriori all’invasione. Le guerre si giudicano dai risultati, più che dalle premesse e sui risultati, buoni o cattivi, come la liberazione dell’Europa nel 1945 o il disastro Indocinese nel 1973, non ci possono essere dubbi. Anche una guerra mossa su premesse sbagliate e pretestuose può avere conseguenze giuste. Per Bush, per il mondo occidentale e la «civiltà orientale» nel loro confronto epocale, il terreno sul quale sarà misurata la decisione di muovere in guerra senza legittimazione internazionale, saranno il futuro dell’Iraq democratico (oggi assai incerto), i successi contro il terrorismo fondamentalista e soprattutto la soluzione a quell’interminabile strage che non è la causa sola, ma certo una cancrena profonda, dello «scontro di civiltà» nello snodo palestinese-israeliano.

La domanda chiave è se Bush si prepari a questo doppio, frettoloso incontro con leader arabi, e poi con Sharon e Abu Mazen, soltanto per creare l’impressione di un grande attivismo internazionale o perché si sia davvero convertito alla centralità del ruolo americano in ogni crisi e conflitto, una scelta obbligata da quando gli Usa si sono sostituiti all’Onu. Abbiamo visto che questa nuova America sa fare le guerra come nessun altra nazione nel mondo. Ma non c’è stato impero nella storia, neppure quella Roma dalle legioni inarrestabili che tanto piacciono ai teorici della forza, che non sapesse accoppiare alla capacità di fare le guerra anche quella di fare le paci.

Non serve a molto leggere e rileggere questa «carta stradale» che Israeliani e Palestinesi dicono di voler seguire, mentre sistemano diligentemente mine e trappole lungo il percorso, per far saltare il convogli a piacere. Il cammino del1a via crucis mediorientale è lastricato di piani, carte, progetti, strette di mano simboliche, grandi speranze e soprattutto cadaveri, di soldati, innocenti, terroristi, compresi gli uomini che osarono credere alla pace, Saddam l’Egiziano e Rabin l’Israeliano. Non c’è nessuno, a Washington, neppure Condi Rice che ha cercato di convincere i media internazionali sull’«impegno personale» del suo capo nell’impresa, che osi illudersi. Uno dei commentatori più seri e senza «agende ideologiche», Jim Hoagland, ha già scritto ieri che l’incontro tra leader arabi e Bush a Sharm el Sheikh, e poi con Sharon e Abu Mazen sullo stesso mare, nella storica Aqaba è al massimo un «ice cube», un cubetto di ghiaccio nell’acqua bollente.

La novità di questo ennesimo tentativo di attraversamento del Mar Rosso, se vogliamo davvero tornare a sperare, è il fatto che la posizione di Ariel Sharon si è fatta insostenibile dopo la guerra americana in lraq. La scelta dell’interventismo militare contro le nazioni arabe «canaglia», la proiezione di minacce sulla Siria, l’Iran e (velate) sull’Arabia Saudita ha generato più pressione politica su Sharon che sugli stessi governi arabi. Il «falco» di Gerusalemme ora non ha più l’alibi della solitudine e dell’incomprensione del resto dell’Occidente perché il principale alleato e sostegno di Israele ha dimostrato di essere pronto a fare la guerra, senza provocazione.

Molti altri presidenti americani avevano chiesto a Israele il sacrificio di territori in cambio della loro parola, ma di buone parole gli Ebrei hanno sentite troppe, nella loro storia. Nessuno aveva mai rischiato vite umane, tesoro e alleanze storiche come ha fatto Bush giocando tutto sulla guerra. E quando Sharon ha pronunciato la parola fatale, «occupazione» per definire la presenza dei suoi carri armati nelle terre rivendicate dai palestinesi, ha attraversato una frontiera semantica colossale, da cui nessun altro leader israeliano potrà più ritirarsi. Esattamente come i palestinesi non potranno più riesumare quello Yasser Arafat che scalpita sullo sfondo, ma che Bush ha escluso da ogni possibile negoziato, come disse ben prima dell’attacco all’Iraq.

L’ipotesi che il «ghiacciolo» non si sciolga immediatamente nel Mar Rosso, viene dunque dalla migliore situazione negoziale possibile in questo momento, dal fatto che tutti e tre! viaggiatori della «road map» sono con le spalle al muro. Bush, con il prestigio di una vittoria che resterebbe sempre mutilata, senza ricadute vere sul terrorismo e sul conflitto palestinese. Sharon perché Israele sa che non troverà mai più un’America così. I Palestinesi, perché il resto delle nazioni arabe della regione hanno ora giustamente paura dell’imprevedibilità e della prepotenza americana. Ora, come ha scritto il New York Times, la questione è sapere se Bush fa sul serio, se intende «follow thru», insistere e portare avanti questa sua conversione. Le bugie propagandistica sulla guerra diventerebbero imperdonabili se anche questa «missione biblica» di Bush sul Mar Rosso fossero soltanto propaganda pensata per la rielezione nel 2004, da riporre nell’archivio delle videocassette divenute inutili, come gli spot sugli arsenali di Saddam che Colin Powell portò alle Nazioni Unite.

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