Da Corriere della Sera del 17/01/2004

«Abbiamo paura di condannare la mamma-kamikaze»

Il capo della moschea di Segrate: non ci pronunciamo, siamo contro il terrorismo ma temiamo ritorsioni

di Magdi Allam

ROMA - Per la prima volta una madre palestinese di appena 21 anni si è fatta esplodere uccidendo quattro israeliani e abbandonando al loro destino i propri due figlioletti di 18 mesi e 3 anni. Quest'attentato, consumatosi mercoledì scorso a Gaza, ha rappresentato un grave salto qualitativo nella strategia della violenza islamica cieca che minaccia il mondo intero. L'identikit dell'aspirante «martire» è progressivamente mutato. Si è passati dal maschio giovane motivato dalla disperazione economica o dalla sete di vendetta, all'adulto di entrambi i sessi spinto da una scelta ideologica indipendente dallo status socio-economico-religioso e ispirata da una crisi di identità.

Il caso della giovane Reem Reyashi, che era benestante e sostanzialmente laica, amplia spaventosamente le possibilità di arruolamento dell'esercito della morte coinvolgendo le madri, le persone che più di altre dovrebbero avere a cuore la salvaguardia della vita propria e dei propri figli.

Di fronte a questo sviluppo gli esponenti musulmani in Italia manifestano una reazione molto diversa. Si va da chi, come l'imam egiziano Abu Imad della moschea di viale Jenner a Milano, appoggia senza mezzi termini i cosiddetti «martiri» a chi invece, come i convertiti Omar Camiletti e Amina Donatella Salina, li condannano con altrettanta fermezza. Poi ci sono posizioni più articolate in cui la condanna si coniuga con l'invito alla comprensione delle motivazioni economiche e politiche. E' il caso del giovane marocchino Khalid Chaouki, presidente dei Giovani Musulmani d'Italia.

Infine c'è chi preferisce non pronunciarsi: per asserita incompetenza, come confessa l'imam palestinese Abdallah Amar della Moschea di Napoli, o per opportunità, come sostiene l'imam Ali Abu Shwaima, anch'egli di origine palestinese, che presiede la moschea di Segrate a Milano.

Abu Imad, il cui nome è più volte comparso nelle inchieste giudiziarie sul terrorismo islamico senza tuttavia subire alcuna condanna, non ha dubbi: «I martiri sono vittime delle guerre, dell'occupazione, dell'oppressione e della disperazione. Tutte le leggi del mondo autorizzano l'autodifesa. Il modo con cui si manifesta dipende dalle situazioni particolari. In Palestina avviene diversamente che altrove. Se non hanno altri modi di reagire, cosa dovrebbero fare?». Anche sul gesto di Reem Reyashi il suo giudizio non cambia: «Sarà Dio a giudicare le intenzioni della madre che ha sacrificato la propria vita. E' evidente che non aveva altri modi di manifestarsi. E' una martire. Una vittima. Questo non è terrorismo. Bisogna capirne le cause e le motivazioni».

Omar Camiletti, mediatore culturale, ha un giudizio contrapposto: «E' la dimostrazione che il terrorismo è nichilismo puro. E' il sovvertimento dei valori della vita. Questo terrorismo è la fine dell'umanità. E' il corrispettivo del nazismo. Come si fa a sacrificare la vita di una madre e di conseguenza dei suoi bambini? Questo è un messaggio macabro». Camiletti lancia un invito alla chiarezza: «Si sente dire dappertutto che i terroristi non stanno dentro le moschee, che noi condanniamo il terrorismo. Ebbene ora bisogna mettere in chiaro che i distinguo sono una copertura del terrorismo».

Amina Donatella Salina, impiegata al ministero della Sanità, la pensa in modo simile: «Non sono d'accordo con i sapienti islamici che dicono che si può uccidere e uccidere gli altri. L'islam è contrario all'uccisione delle persone». Salina dà anche un giudizio politico: «Questo terrorismo porta solo all'innalzamento dello scontro. E' una logica politica, una battaglia per il potere tra Hamas e Al Fatah che uccide qualsiasi spiritualità. Qui arriviamo al discorso della democrazia. E' gente che non è abituata a ragionare in termini di democrazia e di diritti umani, a partire da Arafat».

Khalid Chaouki, presidente dei Giovani musulmani d'Italia affiliata all'Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche d'Italia), esprime una posizione più articolata: «Sono atti terroristici commessi da organizzazioni terroristiche come Hamas. Che vanno combattuti. Ma bisogna capire il contesto. Se ci fermiamo alla condanna è peggio che stare zitti. Non è normale che una persona si uccida per difendere una causa. E' chiaro che per essere oggettivi bisogna riflettere sul perché. Al di là del fatto ideologico che può avere un taglio religioso, è un sacrificio della propria vita». Poi aggiunge: «Se una donna è responsabile di un atto così estremo, deve farci riflettere su ciò che sta avvenendo da parte degli israeliani, sulla politica di Sharon. E' una vergogna per l'umanità che una giovane madre sia arrivata a tale livello di esasperazione. Non basta condannare».

Mario Scialoja, presidente della Lega Musulmana Mondiale-Italia, è anch'egli su una posizione dialettica: «Se da un lato si può capire che dietro agli attentati suicidi c'è la disperazione di un popolo che non vede un futuro economico e politico, il fatto di una madre di due bambini che si fa esplodere è un fatto difficilmente comprensibile. Mi ha sorpreso. Credo che nel caso specifico sia criticabile anche dal punto di vista religioso. Nell'Islam la madre ha il dovere di occuparsi dei figli e della famiglia».

Abdallah Amar spiega perché si astiene dall'esprimere un giudizio: «La sharia , la legge coranica, non fa riferimento alle azioni di martirio. Il fiqh , l'elaborazione della legge islamica, affronta le tematiche specifiche, come ad esempio lo statuto della donna. Ebbene sulla questione specifica delle operazioni di martirio, ci possono essere delle divergenze se esse accadono in Palestina o in Egitto o in Giordania. In quest'ambito diventa determinante l' ijtihad , lo sforzo interpretativo dell'ulema, il dotto della legge islamica. Ecco perché diventa difficile dare una valutazione per uno che, come me, non è un ulema».

Per Ali Abu Shwaima è preferibile non pronunciarsi. Prima dice: «Non siamo abituati a dare un'opinione su ciò che accade fuori dal nostro Paese. Dovremmo andare in Palestina per comprendere la situazione». Subito dopo chiarisce: «La nostra posizione è chiara: siamo contro il terrorismo. Ma ci troviamo tra due fuochi: da un lato i partigiani dell'islamofobia, dall'altro i musulmani che ci considerano moderati. Due giorni fa c'è stata un'aggressione contro la nostra moschea. Hanno danneggiato le due porte d'ingresso scagliando grosse pietre. Abbiamo sporto denuncia ai carabinieri. Invieremo una lettera aperta al ministro dell'Interno per chiedergli che quando parla di terrorismo tenga conto delle aggressioni alle moschee».

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