Da Corriere della Sera del 14/02/2004

L’intervento

«La pista tocca il leader Musharraf e porta dritta fino a Bin Laden»

di Bernard-Henry Levy

Si parla di nuovo dell’affaire Abdul Qadeer Khan, l’incredibile storia dello scienziato nucleare pakistano che da quindici anni consegnava liberamente e impunemente i suoi più sensibili segreti a Libia, Iran, Corea del Nord. Si è appena appreso che il presidente pakistano Musharraf in persona, al termine di un colloquio dal quale quasi nulla è trapelato, ha finito con l’accordargli il «perdono». Il dossier è veramente chiuso? Archiviato? È quanto l’amministrazione americana, seguendo stranamente la versione ufficiale pakistana, sta cercando di far credere. Conoscendo un po’ il dossier ed essendo, se non sbaglio, uno dei primi osservatori francesi ad aver tentato di avvertire l’opinione pubblica sull’estrema gravità della situazione, io credo, invece, che siamo solo all’inizio della storia. Ben presto si scoprirà, per esempio, che quel terrificante traffico, lungi dall’essere cessato due anni fa, come si racconta, è continuato fino a ieri, cioè anche dopo la cosiddetta presa di coscienza dell’11 settembre: pensiamo all’ultimo viaggio (il tredicesimo) del dottor Khan a Pyongyang, nel giugno del 2002; e alla nave ispezionata l’anno scorso, in pieno Mediterraneo, che trasportava verso la Libia alcuni pezzi di una centrale nucleare. Il mondo, dietro l’America, aveva gli occhi puntati su Bagdad e sulle sue immaginarie armi di distruzione di massa, mentre era da Karachi che partivano le grandi onde della proliferazione nucleare di domani.

Si scoprirà molto presto che, lungi dall’essere il dottor Stranamore sovreccitato ma in fin dei conti piuttosto isolato che la maggior parte dei nostri media dipingono, Khan era al centro di una rete immensa, di una tela incredibilmente densa e serrata: società fantasma a Dubai, incontri a Casablanca e a Istanbul con i colleghi iraniani, complicità in Germania e Olanda, agenti malesi e filippini, deviazioni per lo Sri Lanka, connessioni cinesi e londinesi. Insomma, un mondo, un pianeta del crimine e della guerra sporca che gli occidentali, impegolati in un grande gioco che sta diventando più grande di loro, hanno lasciato svilupparsi con una leggerezza che ricorda, ma in peggio, quella che a suo tempo accompagnò la messa in orbita dei talebani.

Dal momento che il Pakistan è tenuto con polso di ferro dai suoi servizi segreti e dall’esercito, ci si accorgerà che è semplicemente inconcepibile che Khan abbia operato da solo, senza ordini né coperture. Si risalirà fino a Musharraf. Infatti, poiché il Pakistan è quello che è, non si potrà fare a meno di risalire, non solo fino ai generali o ex generali (ecco fin d’ora i nomi, incrociati durante la mia inchiesta personale e ai quali oso sperare che qualcuno di più competente di me s’interesserà: Mirza Aslam Beg e Jehangir Karamat, entrambi ex capi di stato maggiore), ma fino al Presidente stesso. E tutti sanno, a Islamabad, che il Presidente non ignorava nulla degli oscuri maneggi di colui che, nel momento stesso in cui lo smascherava, egli celebrava come un «eroe». Cosa sa Khan di quello che sa Musharraf? Cosa sa Dina, sua figlia, ripartita per Londra annunciando che portava con sé valigie di dossier, uno più compromettente dell’altro?

Infine si arriverà, prima o poi, al vero segreto, il più pesante, quello che Daniel Pearl aveva cominciato a intravedere e che forse gli è costato la vita, quello che, a mia volta, seguendo le sue orme, avevo tentato di scoprire: Al Qaeda; i legami di Khan con il Lashkar-e-Toiba, il gruppo terrorista e fondamentalista al centro di Al Qaeda; il fatto cioè che quello scienziato folle è innanzitutto un folle di Dio, un fanatico integralista, un uomo che, in coscienza, crede che la bomba da lui creata dovrebbe appartenere, se non all’Umma, almeno alla sua avanguardia, così come è incarnata da Al Qaeda; la probabilità, quindi, di uno scenario da incubo che annunciavo al termine della mia inchiesta e che è, più che mai, il nostro orizzonte: uno Stato pakistano che, al riparo della sua alleanza con l’America che decisamente non fa caso alle proprie incoerenze, fornirebbe a Bin Laden i mezzi di passare all’ultima tappa della sua crociata.

Quanto tempo ci vorrà perché tutto questo sia detto? Quanto durerà la messa in scena di Islamabad? Il mese prossimo il Congresso americano voterà i tre miliardi di dollari di aiuti al Pakistan: verrà tenuta presente tale situazione? Si esigerà finalmente, in cambio degli aiuti, che i siti pakistani siano ispezionati e che sia messo in atto il sistema della doppia chiave, già reclamato da qualcuno, in Europa e in America? Ecco per ora un modesto contributo a un dibattito che temo sia solo all’inizio.
Annotazioni − traduzione di Daniela Maggioni

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