Da La Repubblica del 15/05/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/e/sezioni/scienza_e_tecnologia/brevetti/...

Lunedì l'Ue vota un testo che rende brevettabili tutti i software. Il ministro Stanca: "Questa norma danneggia il mercato"

Una direttiva europea minaccia l'open source

di Alessio Balbi

ROMA - "Un eccessivo ricorso al brevetto del software rischia di svantaggiare le piccole e medie imprese del settore, limitando di fatto lo sviluppo del mercato". Con queste parole, il ministro per l'Innovazione e le Tecnologie, Lucio Stanca, si è espresso oggi contro la proposta di direttiva sui brevetti software che sarà discussa lunedì prossimo dal Consiglio dei ministri dell'Unione europea. Se approvata, la nuova normativa introdurrebbe nel vecchio continente un regime simile a quello in vigore negli Stati Uniti, dove è possibile brevettare e far pagare praticamente qualunque frammento di codice informatico.

Seguendo l'esempio proveniente da altri settori industriali, i colossi dell'informatica hanno preso l'abitudine di brevettare tutte le strutture o i processi contenuti nei loro software. In questo modo, sempre più spesso programmi e tecnologie sviluppati in maniera del tutto indipendente possono essere accusati di attingere ad un'idea già brevettata. "Ad esempio, la Apple Computer detiene un brevetto sul cestino virtuale per i file", spiega la Free software foundation, un'organizzazione che promuove l'adozione di programmi open source. "La Apple può proibire l'inserimento dell'idea 'cestino per la carta' in qualunque programma, indipendentemente dalle tecniche, dai metodi e dal linguaggio utilizzati". Una condotta della quale si avvantaggiano le multinazionali del software e che mette in seria difficoltà le aziende più piccole, per non parlare di chi sviluppa software open source.

A settembre, con un voto a schiacciante maggioranza, l'Europarlamento aveva emendato il testo della direttiva, prevedendo la brevettabilità dei software soltanto in associazione a un inedito processo fisico o meccanico. Ora l'Irlanda, presidente di turno dell'Unione, ha cancellato quegli emendamenti. Lunedì prossimo, il Consiglio dei ministri Ue sarà chiamato a votare la proposta di direttiva. Finora, soltanto la Germania e il Belgio hanno espresso l'intenzione di opporsi al blitz irlandese.

Nella riunione di lunedì, l'Italia sarà rappresentata dai ministri Buttiglione, Marzano e Moratti. A loro si rivolge Stanca, ricordando che il tessuto imprenditoriale italiano "vede la prevalenza di Pmi e di sviluppatori indipendenti anche nel settore del software. Per questi soggetti", spiega il titolare dell'Innovazione Tecnologica, "un'estensione della brevettibilità del software potrebbe comportare limitazioni nella loro attività di sviluppo e ulteriori costi".

"Chi pagherebbe questi nuovi costi?", si chiede Giovambattista Vieri, consulente informatico e sviluppatore software. "I clienti, ovviamente. E a quel punto non mi stupirei se la gente cominciasse a rivolgersi a programmatori cinesi, indiani o brasiliani".

Le motivazioni del ministro Stanca sono diametralmente opposte rispetto a quelle che muovono il governo irlandese. Buona parte della crescita economica conosciuta dall'Irlanda negli ultimi anni è stata veicolata dagli investimenti delle grandi multinazionali del software. L'Eire è una sorta di paradiso per queste compagnie, che godono di significative agevolazioni fiscali sui proventi derivanti dalla raccolta delle royalty. Il Trinity College di Dublino è una struttura d'eccellenza a livello europeo nella formazione di avvocati specializzati in brevetti. Tra gli obiettivi dichiarati della presidenza irlandese c'è proprio "la difesa dei diritti di proprietà intellettuale e la protezione delle innovazioni software".

La direttiva europea è stata pensata per armonizzare le singole legislazioni nazionali. La vaghezza dei criteri di brevettabilità ha portato in passato a situazioni paradossali, dentro e fuori dall'Unione europea. All'inizio di quest'anno un avvocato californiano ha chiamato in giudizio i più grandi provider americani presentando un regolare brevetto sulla tecnologia alla base di alcuni domini Internet. Nel 2000, British Telecom avviò una causa affermando di essere proprietaria dell'idea dei link ipertestuali.

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