Da La Stampa del 17/05/2004

Teheran con un messaggio a Washington apre un nuovo pericoloso fronte di crisi

Khamenei: orrendi gli attacchi alle città sante

di Mimmo Candito

Il grido di «dolore» che ieri Ali Khamenei - Guida Suprema dell'Iran - ha lanciato per l'attacco americano contro le «città sante» irachene, Najaf e Kerbala, va ascoltato con molta considerazione. Non soltanto per il ruolo che Khamenei ha nell'universo sciita, dov'é la più alta carica religiosa e il leader politico di maggior quotazione e prestigio, ma anche perché deve suonare alle orecchie di Bush come un avvertimento molto prezioso, quella sorta di allarme rosso che viene attivato quando una situazione sta ormai per precipitare.

Non è, certamente, una dichiarazione di guerra, nè l'ultimatum che precede un attacco. Tuttavia l'entrata in campo diretta di Khamenei avvia una escalation politica che comincia ora a spostare su un terreno diverso l'operazione militare americana.

Khamenei non si è tenuto alle cortesie abituali della diplomazia: nel messaggio che ha fatto avere a Washington tramite l'ambasciata svizzera (Iran e Usa non hanno relazioni ufficiali da 25 anni, dal tempo dell'assalto dei Pasdaran all'ambasciata americana a Teheran), ha fatto sapere a Bush che quello che gli uomini del generale Abizaid vanno praticando a Najaf e Kerbala sono «atti di impudenza, orrendi e stupidi». E poi, in un discorso alla televisione, ha anche ammonito: «Sicuramente i musulmani e gli sciiti, in Iraq e nel mondo, non possono rimanere in silenzio». La frase non voleva ricordare soltanto il compito che la Guida sente di dover assumere parlando a nome di un popolo e di una fede: c'era anche un messaggio politico inquietante, che agli americani non dovrebbe sfuggire, e che comunque Khamenei ha voluto mettere in chiaro alla fine del suo accorato intervento. «L'odio seminato ora dagli Usa - ha detto - avrà conseguenze tragiche per decine di anni nel mondo intero».

Mai nessun capo di Stato musulmano, non Mubarak, non Assad, non Gheddafi o re Fahd, aveva parlato con tanta chiarezza, e tanto aspramente; parole simili s'erano udite o viste solo nei messaggi delle centrali terroristiche, quando dai videoclip passati ad «Al Jazeera» o «Al Arabiya» Bin Laden, oppure Al-Zubaydi, volevano rafforzare con questo scenario d'apocalisse il senso forte della loro minaccia. Che ora a disegnare questo futuro drammatico, dove un conflitto insanabile rischia di dar vita vera alle previsioni angosciose di Samuel Huntington, d'una «Guerra di civiltà» (e comunque una guerra tra il mondo musulmano e l'America, se non l'intero Occidente), che a farlo sia un capo di Stato e una delle più alte autorità religiose dell'Islam dovrebbe essere considerato dagli analisti della Casa Bianca come l'avvitarsi di un processo politico all'interno d'una spirale inquietante, che va subito bloccata, prima d'una deriva incontrollabile. Se fossimo soltanto alcuni anni addietro, ma poi nemmeno tanti anni, quanto sta accadendo oggi con l'attacco alle «città sante» avrebbe provocato un'autentica rivoluzione popolare, una rivolta di massa, in larga parte del mondo musulmano, dall'Atlantico al Pacifico. Fin dall'inizio di questa guerra, gli americani si stanno muovendo laggiù davvero con la delicatezza d'un elefante, mostrando d'ignorare (o comunque di non volerne tener conto) la cultura, il costume, le pratiche religiose, della popolazione che sono venuti «a liberare». L'umiliazione degli uomini davanti alle loro donne, durante le perquisizioni delle case sospette; l'umiliazione delle donne, delle quali non viene rispettata la riservatezza di fronte a estranei alla famiglia; l'umiliazione bestiale delle torture inflitte con la determinatezza di chi vuol annientare un'identita e una psicologia; l'umiliazione oggi di far entrare i tank, i blindati, e le truppe, nel perimetro urbano di Najaf e Kerbala, superando l'impasse che avevano voluto osservare nelle scorse settimane, quando almeno s'erano fermati alla periferia di Najaf; l'umiliazione ora, e la profanazione, delle moschee bombardate a colpi di cannoni e con ripetuti attacchi aerei - sono tutti atti che definire «orrendi e stupidi», come fa Khamenei, coivolge assasi più d'un giudizio politico.

Con questi comportamenti, gli americani confermano decisamente, platealmente, il ruolo di truppe d'occupazione, cioé di soldati che si muovono in un territorio nemico e dove il compito che hanno non è quello della pacificazione, della ricucitura d'una società, ma piuttosto quello della imposizione d'una egemonia dettata con la forza delle armi e senza alcuna considerazione, o rispetto, dei vinti. La formula della democrazia da importare perde qualsiasi credibilità (ammesso, naturalmente, che qualcuna ne avesse nei sentimenti della maggioranza dei popoli musulmani), e la presunta legittimazione di un ordine da ritrovare appare agli occhi della totalità ormai dei fedeli dell'Islam come la scusante ipocrita d'un progetto di dominio politico.

L'evoluzione del quadro internazionale, con il sigillo di potenza impresso dagli Usa sul pianeta, e poi la presenza delle truppe americane nelle stesse terre del Golfo, impediscono oggi che si scateni nell'intero Medio Oriente quella rivolta popolare che certamente sarebbe esplosa in anni passati, davanti alla profanazione delle «città sante». E se il ministro della Difesa iraniano, l'ammiraglio Ali Shamkhani, ora parlando ai suoi uomini schierati a migliaia in assetto di guerra dice che «gli americani hanno compiuto un atto imperdonabile con la dissacrazione del mausoleo dell'imam Hussein e della tomba dell'imam Ali», e tuttavia non fa lanciare dai suoi uomini un pronto attacco di ritorsione, questo è certamente il risultato di equilibri politici e militari che sono mutati in profondità (l'ipotesi d'un ritiro Americano dall'area è assolutamente campato in aria, per ragioni strategiche e d'opportunità che nemmeno l'elezione di Kerry potrebbe stravolgere).

Tuttavia, è proprio in questa cornice nuova di forze e d'interessi che l'Iran intende giocare un ruolo sempre più rilevante. La carta politica che gli fornisce la comune identità di fede con la maggioranza sciita della popolazione irachena (quella stessa parte che avverte con sdegno sconsolato la profanazione dei luogi santi di Hussein e Ali) è uno strumento che Khamenei ora attiva per segnalare all'amministrazione americana che Teheran - se decidesse di farlo - può scatenare contro gli uomini di Abizaid una guerra santa senza perdoni né limiti.

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