Da La Repubblica del 31/05/2004

La Jihad petrolifera di Osama per affondare l´Occidente

di Guido Rampoldi

La storia ieri è tornata lì dove tutto è cominciato e dove tutto in qualche modo dovrà finire: in Arabia Saudita. Con l´osceno massacro di ostaggi occidentali compiuto nella città petrolifera di Khobar, il binladismo persegue il disegno imperiale che prese forma alla fine degli anni Novanta tra i deserti afghani e la rete di moschee devote all´Islam più radicale: cacciare gli infedeli dal suolo della Mecca, abbattere la dinastia dei Saud e fondare un Califfato per combattere l´Occidente con il petrolio. Se questo progetto oggi pare irrealizzabile, non fosse altro perché la popolazione saudita è troppo conservatrice per diventare di colpo rivoluzionaria, tuttavia esso non è delirante.

Può scommettere sulle animosità antioccidentali diffuse dall´invasione dell´Iraq, saldarsi alle ?guerre sante´ irachene, profittare del fatto che la penisola arabica è in ebollizione e lo resterà per molti anni ancora, finché non troverà un nuovo equilibrio. In attesa che la situazione maturi, quel terrorismo rivoluzionario porta un attacco tenace, con sabotaggi e ammazzamenti tra l´Iraq e l´Arabia saudita, ad un ganglio vitale delle democrazie liberali: il petrolio. Con un primo risultato: contribuisce a spingere verso l´alto prezzi al barile che sono già quattro volte il livello di sei anni fa. Ancora non sappiamo come reagirà il mercato all´appello lanciato ieri da Washington ai propri concittadini affinché lascino al più presto l´Arabia saudita; ma a giudizio di molti analisti, già prima della strage la cupa incertezza della mischia mediorientale pesava per 10-15 dollari sul prezzo di 40. È abbastanza per temere un pauroso rallentamento dell´economica mondiale, come avvenuto dal 1972 ad oggi in corrispondenza d´ogni durevole impennata dei prezzi. Finirebbe per interrompere definitivamente il ciclo mondiale di democrazia-sviluppo, o perlomeno diffondere disoccupazione su scala planetaria (si vedano in proposito i grafici dell´economista Andrew Oswald). In altre parole il Califfato petrolifero probabilmente finirà nella pattumiera delle rivoluzioni fallite, ma i seguaci di quell´idea potrebbero riuscire a mutare il corso della storia, se noi glielo permetteremo.

Forse è il caso di abbandonare le ipocrisie opposte in uso presso la destra interventista e la sinistra terzomondista, e andare alla sostanza delle cose. È in corso, ormai da anni, una guerra per la risorsa più strategica del pianeta, il petrolio, carburante delle democrazie come pure di infiniti conflitti che hanno insanguinato il Novecento. Questa guerra gravita intorno all´Arabia saudita e al suo formidabile potere discrezionale: unico Paese al mondo in grado di aumentare all´improvviso la produzione di 2 milioni di barili al giorno, nei momenti critici può lasciar schizzare il petrolio alle stelle, con tutto ciò che ne consegue per le economie degli importatori; oppure calmierare il mercato come fece l´anno scorso, in corrispondenza di tre crisi in nazioni produttrici (Nigeria, Venezuela, Iraq), e come si appresterebbe a fare ora, con minori possibilità di successo. Le prime fatwa di bin Laden (1998) chiamavano appunto il nazionalismo islamico a scacciare dall´Arabia saudita gli americani, giunti in forze durante la prima guerra del Golfo e rimasti ben oltre lo scopo dichiarato, liberare il Kuwait occupato da Saddam. Ma se poi tutto precipitò, non fu solo a causa dell´attentato delle Twin Towers. All´inizio del 2001, pochi mesi prima di constatare la propria vulnerabilità al terrorismo, gli Usa si scoprirono terribilmente vulnerabili a una crisi energetica. Un rapporto commissionato dal Council for Foreign Relation e dal James Baker III Institute, annunciava così il pericolo incombente: «Mentre comincia il ventunesimo secolo il settore energetico è in condizioni critiche. Una crisi potrebbe scoppiare in ogni momento», e avrebbe un impatto enorme. Il rapporto era firmato dai migliori analisti mondiali del petrolio, guidati dalla massima autorità nel settore, Edward Morse. Secondo gli estensori, la vulnerabilità americana aveva varie origini (tutte ancora attuali: dall´esiguità degli stock all´obsolescenza delle raffinerie, alla crescita dell´economia mondiale) e richiedeva soluzioni molteplici; ma innanzitutto imponeva a Washington «passi immediati» per «ridefinire il ruolo dell´energia nella politica estera americana», soprattutto riguardo alla penisola arabica e all´Iraq. Il pensatoio di Morse suggeriva una politica di alleanze multilaterali e di appeasament con gli arabi: strada impraticabile dopo l´11 settembre. Fu il petrolio l´obiettivo dell´invasione dell´Iraq? Una super-potenza come gli Stati Uniti non si lancia in un´avventura di quelle dimensioni con un unico scopo, ma per un concerto di motivi. Tuttavia non v´è dubbio che con la guerra dell´Iraq l´amministrazione Bush abbia «ridefinito il ruolo dell´energia nella politica estera americana». Saddam non è più in grado di destabilizzare il mercato sottraendo di colpo il greggio iracheno, un pericolo che il rapporto Morse sottolineava; e gli Stati Uniti hanno trovato con l´Iraq un generoso fornitore di petrolio, «il migliore al mondo» per qualità/prezzo di estrazione secondo un intenditore, il saudita Zaki Yamani.

Se poi si aggiunge che le riserve irachene sono stimate fino all´11 per cento delle riserve del pianeta, col tempo l´ingresso sul mercato di quel petrolio poteva togliere all´Opec e ai sauditi il potere di determinare il prezzo del petrolio («Piaccia o no - si legge nel rapporto Morse - le riserve irachene rappresentano il maggior asset che può essere rapidamente aggiunto al mercato del petrolio e iniettarvi maggior competizione»). Le cose però sono andate in tutt´altro modo.

Riyad lesse nell´arrivo dei marines a Bagdad l´inverarsi d´una teoria geopolitica nata negli Stati Uniti trent´anni prima, come reazione all´embargo petrolifero deciso dai Paesi del Golfo durante la guerra arabo-israeliana. Inaugurata da un saggio tuttora ben presente ai tecnocrati del ministero saudita del petrolio (Inequality among nations di Robert Tucker, 1978), questa linea di pensiero muove da una premessa condivisibile: i produttori di petrolio non hanno il diritto di possedere le chiavi dell´economia mondiale. Ma conduce a un sottinteso inquietante: poiché il petrolio è un bene dell´umanità, e gli Stati Uniti ne sono la guida, è loro diritto spossessare dei pozzi chi ne fa un uso contrario all´interesse universale. In questa luce l´establishment saudita lesse uno studio prodotto l´anno scorso dalla cerchia d´un influente neocons, Richard Perle, dove si afferma che l´Arabia saudita è un nemico moribondo e andrebbe smembrato: la minoranza sciita, verosimilmente sotto protezione americana, avrebbe la costa orientale, e con quella i pozzi petroliferi. Questa soluzione finora non ha trovato sostegni a Washington, ma la tecnica dello squartamento pare adesso applicarsi all´Iraq. Nel dibattito tra gli analisti americani, la tripartizione è un tema ricorrente. Pare la prospettiva più realistica, o almeno un´exit strategy praticabile come ultima ratio, anche per limitare costi economici alla lunga insostenibili. Non è difficile immaginarne l´esito: l´Iraq centrale, ribelle e privo di petrolio, sarebbe lasciato al suo destino; e gli anglo-americani si attesterebbero lì dove ci sono i pozzi e una popolazione meno ostile, il nord curdo e il sud sciita. Gli Stati Uniti finora hanno investito 130 miliardi di dollari nell´avventura irachena: sarebbe sorprendente se non tentassero di garantirsi almeno un ritorno strategico nei termini d´una presenza militare e condizionante in prossimità dei pozzi. Ma a fronte di questo tornaconto, la partizione dell´Iraq comporterebbe il rischio di terribili "pulizie etniche" in ciascuna delle tre regioni, e una condizione di instabilità permanente che potrebbe espandersi all´intera penisola arabica.

Si potrebbe scivolare verso questo disastro semplicemente per mancanza di alternative. Tutti i grandi importatori di petrolio, a cominciare dalla Cina, al momento preferiscono che gli americani restino in Iraq, nel calcolo che la loro ritirata sarebbe più destabilizzante per la regione della loro permanenza. Allo stesso tempo nessuno vuole gettare truppe o somme ingenti in un caos così incerto, almeno finché a Washington ci sarà un´amministrazione screditata. In altre parole, non si vede chi oggi sia in grado di opporre una compiuta linea strategica alla cosmesi onusiana con la quale Bush, scriveva il nostro Paolo Garimberti, «sembra aver scelto di strisciare lungo il muro per evitare d´essere impallinata dentro e fuori le mura domestiche».

Eppure la vulnerabilità dell´Arabia saudita, sommata all´inconsistenza della progettualità americana in Iraq, ci dice che l´Europa non può restare spettatrice di quanto avviene nella regione del petrolio. Il fiasco americano è anche il fiasco d´un metodo, a conti fatti disastroso; ma neppure è più accettabile che i Paesi produttori terremotino l´economia e la storia. Forse una governance mondiale del petrolio non è un progetto così ingenuo come appare. A gennaio, nel filiforme grattacielo che ospita il ministero saudita del Petrolio, il ministro Ali al-Naimi ci disse che era possibile avere «mercati stabili e prezzi giusti», a patto di «mettere d´accordo produttori, consumatori e investitori», attraverso un forte coordinamento tra gli organismi che li rappresentano: Opec, International energy forum e International energy agency. «Una cooperazione esiste - osservò al-Naimi - ma non produce ancora impegni vincolanti». Certo non è il momento più propizio per tentare di reinventare istituti di governo planetario. Ma un´Europa rassegnata alle macerie, dovrebbe mettere nel conto che prima o poi sarebbe risucchiata dentro un mondo fuori controllo.

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