Da Il Mattino del 01/07/2004

Davanti al giudice

Saddam: sono io il presidente dell’Iraq

di Vittorio Dell'Uva

Durante la sua ultima volta in tv, nel dicembre scorso, apparve umiliato e sottoposto alla profilassi che viene riservata ai barboni. Era il giorno della cattura nella sua Tikrit che prima lo aveva nascosto e poi, senza troppi rimorsi, tradito. Oggi gli iracheni e il mondo potranno rivedere il raìs in un ruolo che rifiuta, rivendicando di essere ancora «il presidente dell’Iraq». Comparirà da imputato, in una delle tante aule di tribunale in cui la giustizia, per gli oppositori della dittatura, è stata troppo a lungo negata all’ombra di una grande bilancia che ricorda che «la legge va amministrata con saggezza e equilibrio». Si compirà l’atto preliminare di un processo che potrebbe concludersi con una condanna alla pena capitale.

A Saddam Hussein e ad altri undici gerarchi del regime, verrà notificato, con solennità di matrice mediatica, il mandato di arresto. Nulla che non possa essere fatto nel chiuso di una cella della prigione di Camp Cropper, allestito dai marines non lontano dall'aeroporto. Ma il governo di Allawi ha urgente bisogno di riprendersi, con grande clamore, prerogative che lo legittimino agli occhi di un popolo che non lo ha mai eletto e che, per la verità, poco si pone il problema.

Questa mattina le telecamere fisseranno, assieme a quelle degli sconfitti, le immagini di un'altra transizione tutta irachena. Il vecchio regime viene sottoposto, senza mediazioni evidenti, al giudizio del nuovo potere. E poco conta che Saddam e gli altri siano ancora affidati, ufficialmente per motivi di sicurezza, alla tutela dei carcerieri americani.

Le premesse sono da scontro paradossale sul filo del diritto almeno secondo quanto racconta Salam Chalabi, il presidente del Tribunale speciale che ieri ha incontrato Saddam, a Camp Cropper, subito dopo la breve cerimonia che ha segnato il formale passaggio sotto la custodia giuridica irachena, dei componenti del «gran consiglio» della rivoluzione e del suo vecchio leader.

Quasi a voler sottolineare il proprio rango, il raìs si è presentato indossando una lunga tunica araba e non la divisa da detenuti, nella quale sembravano piuttosto impacciati Tareq Aziz, «Alì il chimico» e gli altri. Sprezzanti sono apparsi il suo atteggiamento e le poche parole che ha pronunciato: «Sono Saddam Hussein Al Majd, il presidente della Repubblica dell’Iraq. Mi interrogate nella illegalità. Il processo è illegittimo».

Chalabi stesso definisce «surreale» il colloquio durato pochi minuti. Era in piedi e l'imputato se ne stava seduto chiedendo se avrebbe potuto fare qualche domanda. Con qualche sforzo, Saddam, nascondeva il proprio nervosismo, ma dal tono ancora emergeva la vecchia attitudine ad un comando che non si sottopone a giudizi.

«Mi è apparso teso, determinato, ma in buona salute. Con i capelli un po' lunghi ed i baffi come sempre curati. Degli altri posso riferire che Abed Hamid Mahmoud, che si dice innocente e vittima di un errore giudiziario, è aggressivo e che Alì il chimico ha dichiarato di essere stanco. Di Tareq Aziz ricordo il silenzio», sottolinea la cronaca indiretta che arriva dal presidente dal Tribunale speciale.

Niente che, al di là degli atteggiamenti dei comprimari del regime, non fosse in qualche misura previsto. Saddam all'immagine ci ha sempre tenuto e non è troppo propenso a riconoscere una qualsiasi autorità ad altri iracheni. La linea processuale è già stata messa a punto da tempo.

Emannuel Ludot, l'avvocato francese che coordina il collegio internazionale di difesa formato da venti membri, ha già definito il processo una «vendetta». Di illegittimità parla un suo collega giordano, Issam Ghazaoui, che sostiene di essere stato minacciato di morte da Allawi se proverà a raggiungere Baghdad. Persino un avvocato iracheno, membro di un consiglio dell'ordine, si avventura in una disquisizione in punto di diritto. «La nostra cultura giuridica è stata ispirata dagli inglesi. Formalmente Saddam non è stato mai deposto e molti dei crimini che gli vengono imputati sono legittimati dalla Costituzione che si era fatto da solo e che prevedeva mano libera di fronte alla emergenza nazionale».

Che questa linea, in rotta di collisione con la morale, possa passare davvero è piuttosto improbabile. Non è cavillando che Saddam Hussein se la possa cavare. «Gli verranno riconosciuti tutti i diritti di un detenuto comune», ha già tagliato corto il primo ministro Allawi, che spera di essere ancora in sella quando il processo arriverà alle sue conclusioni.

Lungo è l'elenco delle imputazioni, molte delle quali difficilmente contestabili, che risuoneranno questa mattina in tribunale. Il raìs e i suoi verranno formalmente chiamati a rispondere di crimini di guerra e contro l'umanità. Peseranno il genocidio dei curdi del 1988, l'invasione del Kuwait e la guerra all'Iran che costò agli iracheni un milione di morti e nel corso della quale furono utilizzate armi proibite. Da corollario faranno odiosi ed intollerabili reati compiuti per anni con l'arma della repressione, cui la dittatura garantiva il proprio potere e le proprie difese.

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su La Repubblica del 07/11/2005
 
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