Da Corriere della Sera del 05/10/2004

Ostaggi francesi, l’Eliseo nella bufera

Chirac sarebbe stato al corrente della missione «Julia» conclusasi con un fiasco. Riunione di emergenza del governo

di Massimo Nava

PARIGI - «Fiasco» è parola italiana entrata nel vocabolario francese corrente. Come il riferimento a «Pulcinella», quando i segreti sono sulla bocca di tutti e suscitano ilarità. O come «fanfaronate» quando qualcuno millanta un credito che non ha. Da qualche giorno, i francesi si specchiano in concetti che sono soliti attribuire all'italico pressappochismo. Perché il dramma degli ostaggi diventa appunto melodramma e la tragedia, se non ci fosse di mezzo la vita umana, comincia ad avere i contorni della farsa. La ricostruzione della fallimentare missione parallela organizzata dal deputato gollista Didier Julia sta diventando un affare di Stato, che coinvolge l'operato del governo e dell'Eliseo, discredita l'azione della diplomazia e dei servizi segreti francesi, fa divampare la polemica nel mondo politico dopo la fase della «sacra unità» tesa a ottenere la liberazione dei due giornalisti, ormai prigionieri da 47 giorni. Ieri, il primo ministro Raffarin ha convocato una riunione d'emergenza, tutti (a cominciare dai parenti dei due giornalisti) fanno appello all'efficacia e alla discrezione, ma intanto ogni contatto con i rapitori sembra interrotto e il dramma di Christian Chesnot e Georges Malbrunot è ancora lontanissimo dalla conclusione.

L'Eliseo e il governo hanno sempre preso le distanze e aspramente criticato l'iniziativa di Julia, il settantenne deputato, ormai al quinto mandato, noto per essere fra i promotori di una lobby filoirachena che negli anni Novanta si attivò contro l'embargo a Saddam Hussein. Julia, che adesso rischia una sanzione del partito ma che è difficile considerare un perfetto estraneo alla maggioranza politica, sostiene invece di aver tenuto al corrente Parigi durante le delicate fasi della missione.

Venerdì sera, Julia dichiarò che il tentativo era fallito per l'intervento delle forze armate americane che avevano attaccato il convoglio con gli ostaggi. Ieri si è appreso che suoi intermediari avrebbero chiesto all'Eliseo di negoziare con gli americani un corridoio di sicurezza. Richieste ovviamente smentite.

Quello che appare da giorni come un gioco delle parti, è stato ricostruito nei dettagli dal quotidiano Le Monde . Si è appreso che il primo viaggio di Julia ad Amman, via Il Cairo, è stato effettuato con un aereo messo a disposizione dal presidente della Costa D'Avorio, Laurent Gbagbo, il cui potere in declino, nella guerra civile che insanguina il suo Paese, dipende anche dall'interposizione di 4.600 soldati francesi spediti due anni fa ad Abidjan. Intermediario fra Julia e il presidente ivoriano un mercante d'armi, Moustafa Aziz, forse saudita o forse marocchino, interessato a ottenere un incarico diplomatico presso l'Unesco, che ha sede a Parigi. Sull'aereo con Julia ci sono anche un ex direttore dell'Unesco, un professore della Sorbona e il personaggio più misterioso di tutta la missione, Philippe Brett, ex autista e guardia del corpo del numero due del Fronte nazionale, probabilmente in contatto con i servizi segreti francesi. È Brett il primo a far sapere di essere entrato in contatto con i rapitori e di aver addirittura visto i giornalisti. Tuttavia, secondo Le Monde, il suo cellulare viene localizzato non a Bagdad, ma alla periferia di Damasco. In realtà, i contatti con i rapitori sono interrotti. E anche la diplomazia francese, dopo l'ottimismo delle prime settimane, brancola nel buio. Fra le righe, c'è il sospetto che americani e governo iracheno non abbiano fatto molti sforzi per aiutare la Francia. Ad aumentare la confusione, i contrasti che sarebbero emersi anche all'interno della missione parallela. Julia parla di emissari arrivati «con valigie colme di denaro», riferendosi probabilmente al mercante d'armi vicino al presidente ivoriano. Nell'«affaire» la Francia s'interroga anche sul ruolo svolto dalla Siria, una vecchia amicizia francese raffreddata dalla recente decisione di Parigi di appoggiare la risoluzione dell'Onu sull'occupazione del Libano.

Insomma un vespaio di sospetti, doppi giochi, falsi e veri emissari, il cui primo risultato sono feroci polemiche e lo smarrimento dei francesi che, almeno sulla scena internazionale, ritenevano di avere qualche buon motivo d'orgoglio per l'opposizione alla guerra in Iraq. «Dov'è finito lo Stato?» si chiede Le Monde , il quale ricorda, con una punta di sarcasmo, come la mobilitazione della diplomazia e del governo francese fossero stati presi a modello dall’Italia nella crisi degli ostaggi. La strada del dialogo con il mondo arabo era probabilmente quella giusta. Maldestra è risultata la sua applicazione, con ripercussioni negative sull'immagine del Paese. Per alcuni osservatori, anche francesi, il «fiasco» degli ostaggi diventa il pretesto per delegittimare una politica estera. In realtà, è il sintomo di una crisi di funzionamento del sistema anche in altri campi, della distanza fra nobili principi e comportamenti, fra ambizioni e risultati, di ritardi e figuracce che alcuni intellettuali riassumono nel concetto di «declino». Quando tutto ruota attorno alla figura del Presidente e alla permanente battaglia in corso per sostituirlo, succede che il sistema s'inceppi e che la voce dello Stato diventi cacofonica.

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