Da La Repubblica del 11/12/2004

Una macchia sul Cavaliere

di Massimo Giannini

IN UN Paese normale, un presidente del Consiglio normale, accusato di corruzione in atti giudiziari, si sarebbe dimesso già da qualche anno. Non per ammissione di una colpevolezza ancora tutta da provare, ma per difendersi al meglio nel processo, e per scindere i suoi destini personali dalle sorti pubbliche di un´intera nazione. Ora che il processo si è chiuso senza condanna, Silvio Berlusconi può rivendicare la validità della sua scelta "resistenziale". Il verdetto milanese rappresenta una macchia vistosa, che resta impressa sul vestito del Cavaliere: per metà prosciolto, per un´altra metà assolto, e c´è una bella differenza. Ma tutto sommato è una buona notizia. Per lui, che senza dimettersi può guarire da una rovinosa "sindrome del complotto" di cui soffre da almeno un decennio. Per la sua maggioranza, che può tirare a campare in questi ultimi 18 mesi senza ingoiare altre indigeribili "leggi-vergogna".

È una buona notizia anche per l´opposizione, che non aveva troppo interesse a forzare i tempi di una crisi, e che può guarire a sua volta da un´altra "sindrome", quella della "via giudiziaria all´alternanza", che ha ammorbato la sua anima girotondista. E in definitiva lo è per tutta la politica italiana, che mai si sarebbe potuta permettere il "lusso" di un primo ministro in carica colpito da una grave condanna penale.

Questo verdetto non lo costringe a nessun passo clamoroso e dirompente, se non quello di una riflessione autocritica su certi atti compiuti quando era un semplice imprenditore. Berlusconi è e resta il legittimo presidente del Consiglio di una legittima democrazia. Debole, perché sfibrata da un leader che ha trasferito in politica il peso del suo conflitto di interessi. Ma pur sempre democrazia, nella quale governa chi ha avuto la maggioranza dei voti liberamente espressi. Ed anche se alla luce della decisione del tribunale milanese si può dire che non aveva poi tutti i torti l´Economist, quando dedicò a Berlusconi una copertina intitolata "Why is unfit to lead Italy", a questo punto si può aggiungere che il premier ha salvato la faccia. Se non proprio nella sostanza, almeno nella forma.

Ma perché il verdetto ambrosiano possa avere qualche effetto positivo anche per il Paese serve una condizione irrinunciabile: che il premier, alla luce della sentenza appena emessa, si convinca che "c´è un giudice anche a Milano". Si può e si deve avere fiducia in questa magistratura. Si può concludere almeno una fase emergenziale, la più traumatica e destabilizzante, della sua guerra privata contro la giustizia, che è stata l´essenza del primo berlusconismo. Gravato dall´ossessione giudiziaria che lo insegue inesorabilmente dal ´94, il Cavaliere finora ha guidato il Paese all´insegna di un esasperato leaderismo oppositivo: "contro" i comunisti, "contro" le toghe rosse. Ora basta. Serve senso dello Stato, e senso delle istituzioni. Proprio a partire dalla riforma dell´ordinamento giudiziario, che Berlusconi, con la fattiva collaborazione del Guardasigilli, ha finora brandito come una clava contro l´odiata corporazione delle toghe.

Questa "strategia della vendetta", disperata e quasi eversiva, non ha più alcun senso. Se il Cavaliere lo capisse, potrebbe dedicarsi finalmente a quello che avrebbe dovuto fare dopo la vittoria di tre anni e mezzo fa, quando era ancora in piena luna di miele con gli elettori: il governo del Paese. Potrebbe provare a realizzare davvero una riforma fiscale seria, che non sia il semplice «depliant elettorale» di cui ha parlato Siniscalco a Bruxelles. Potrebbe provare a sostenere davvero l´economia, gli investimenti e i consumi. Potrebbe provare a riformare davvero lo Stato, perché i suoi intollerabili spot propagandistici muovono in molti casi da un pregiudizio diffuso, ma in qualche caso anche da un giudizio condiviso: lo Stato "costa" troppo rispetto all´inefficienza che produce, e l´Italia moderna non può permettersi una "quantità" di contribuzione pubblica da Paese scandinavo in cambio di una «qualità» dei servizi pubblici da Paese sudamericano.

Ma non ci riuscirà. Continuerà a lanciare proclami da "folle" erasmiano, incaricato direttamente dalla Divina Provvidenza di cambiare la storia del Paese. E continuerà a urlare alla luna, perché "non glielo lasciano fare". Al contrario, conterà la sua palese inattitudine alla gestione ordinaria dei problemi complessi, mai compensata dalla sua attitudine al marketing politico aggressivo e semplificatore, da sfida elettorale straordinaria e permanente. Influirà l´alchimia identitaria ormai guasta nella sua coalizione, che si è ricompattata dopo il rimpasto più lungo e travagliato del dopoguerra, ma con il solo obiettivo di tagliare stancamente il traguardo record del fine-legislatura. Inciderà l´accanimento terapeutico dei partner europei, che lui stesso ha rinfocolato con un approccio velleitario e opportunistico alla riscrittura del Patto di stabilità. Si farà sentire il controllo di legittimità degli organi di garanzia, che resistono alle sue spallate: primo tra tutti il presidente della Repubblica, che nelle prossime settimane si dovrà pronunciare sulla legge Castelli (sospettata di vizi di incostituzionalità) e sulla legge Finanziaria (sospettata di carenze di copertura).

All´orizzonte c´è un anno e mezzo di campagna elettorale, urlata, improduttiva ma non meno rischiosa. Un misto altalenante di bellicose intenzioni thatcheriane e di consociativi accomodamenti dorotei. La stessa miscela che tre settimane fa aveva fatto gridare al premier «taglieremo 75 mila dipendenti pubblici», e che oggi lo spinge ad aprire subito un tavolo con i forestali calabresi in piazza. Dominerà la scena il «pacato rivoluzionario», come si è definito lui stesso presentando il libro di Vespa. Spacciatore di sogni, ma forse ancora capace di sedurre quote non trascurabili di elettorato indeciso a colpi di prebenda fiscale. È ora che il centrosinistra ne prenda atto, e corra ai ripari. Il Cavaliere resta in sella. Come e più di prima. Anche se per molti, adesso, è "un´anatra zoppa" che ha corrotto e si è salvato solo per decorrenza dei termini. Come diceva quel tale, «l´ingiustizia si può anche sopportare: è essere colpiti dalla giustizia che brucia». Nel caso di Berlusconi, questa sentenza può forse pesare sulla sua coscienza. Ma sulla sua politica peserà molto meno.

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