Da project-syndicate.org del 24/08/2005
Originale su http://www.project-syndicate.org/commentary/stiglitz61

Il brevetto sulle idee che pagano i paesi poveri

di Joseph Stiglitz

Nell'ottobre scorso l'assemblea generale dell'Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (World intellectual property organization, Wipo) decise di valutare in che modo potesse configurarsi un regime di proprietà intellettuale orientato allo sviluppo. L'iniziativa destò scarsa attenzione anche se, da molti punti di vista, era altrettanto importante della decisione presa dall'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) di dedicare il contingente ciclo di negoziati commerciali allo sviluppo. Entrambe le iniziative in sostanza hanno riconosciuto che le attuali norme che disciplinano l'attività economica internazionale riflettono gli interessi dei paesi industriali avanzati – specialmente quelli delle loro grandi corporation – più che gli interessi del mondo in via di sviluppo.

Senza la tutela della proprietà intellettuale, gli incentivi a occuparsi di alcuni tipi di imprese creative sarebbero notevolmente ridotti. Associati alla proprietà intellettuale ci sono però alti costi.

Il più importante input per la ricerca sono le idee e se la proprietà intellettuale dovesse rallentare la capacità di far uso delle idee altrui, allora ne patirebbe le conseguenze il progresso scientifico e tecnologico. In realtà, molte delle idee più importanti – per esempio la matematica che sta alla base dei moderni computer o le teorie che fungono da premessa per l'energia atomica o il laser – non sono tutelate dalla proprietà intellettuale. Gli studiosi investono considerevoli energie per diffondere disinteressatamente i risultati delle loro ricerche. Sono lieto quando qualcuno si avvale delle mie idee sull'informazione asimmetrica, anche se apprezzo il fatto che me ne riconoscano qualche merito. La crescita del movimento dell' "open source" su Internet dimostra che non soltanto la maggior parte delle idee più importanti, ma addirittura alcuni prodotti aventi immediatamente un enorme valore commerciale possono essere realizzati senza le garanzie che offre la proprietà intellettuale.

D'altro canto, è pur vero che il regime di proprietà intellettuale, creando un temporaneo regime di monopolio, premia gli innovatori, poiché consente loro di chiedere cifre molto più elevate di quelle che potrebbero chiedere qualora vi fosse una concorrenza. In tutto questo processo, però, le idee si diffondono e sono usate meno di quello che sarebbero altrimenti.

La logica economica a favore della proprietà intellettuale è che un'innovazione più rapida controbilanci gli enormi costi di simili inefficienze, ma è sempre più evidente che se i diritti della proprietà intellettuale sono formulati in modo eccessivamente rigido o negativo, di fatto possono ostacolare l'innovazione, e non soltanto aumentando i costi della ricerca.

I monopolisti potrebbero avere molti minori incentivi a innovare rispetto a quelli che avrebbero se ci fosse concorrenza. La ricerca moderna ha dimostrato che il grande economista Joseph Schumpeter aveva torto a ritenere che la competizione nell'innovazione conduce le società ad avvicendarsi. Al contrario, può risultare difficile estromettere un monopolista una volta che si sia insediato come tale, come Microsoft ha esaurientemente dimostrato. In effetti, un monopolista una volta insediatosi in tale posizione può sfruttare la propria forza di mercato per schiacciare la concorrenza, come ancora una volta ha dimostrato Microsoft nel caso del browser per Internet Netscape. Questi abusi del potere di mercato scoraggiano l'innovazione.

A scoraggiare l'innovazione potrebbero altresì essere i cosiddetti "roveti brevettuali" – il timore che qualche innovazione possa pestare i piedi a brevetti pre-esistenti, senza che l'innovatore ne sia minimamente consapevole. Dopo il lavoro pionieristico dei fratelli Wright e dei fratelli Curtis le richieste di brevetto si accavallarono e questo ostacolò lo sviluppo dell'aeroplano, finché, incombendo ormai la prima guerra mondiale, il governo degli Stati Uniti finalmente impose un consorzio per lo sfruttamento dei brevetti. Sono in molti oggi nel settore dell'industria informatica a temere che un analogo roveto brevettuale possa ostacolare lo sviluppo del software.

Per creare un qualsiasi prodotto sono necessarie molte idee e stabilire il rispettivo contributo di ciascun ideatore al prodotto finito può rivelarsi impresa pressoché impossibile, per non parlare di come è difficile determinare quali apporti siano effettivamente innovativi.

Si consideri un farmaco che nasca a partire da un sapere tradizionale, per esempio da una pianta officinale le cui proprietà curative siano ben note. Quanto è importante il contributo dell'azienda americana che isola il principio attivo? Le società farmaceutiche sostengono che esse dovrebbero aver diritto a un brevetto esclusivo, senza dover nulla ai paesi in via di sviluppo dai quali hanno attinto quel sapere tradizionale, anche se codesti paesi hanno preservato la biodiversità, senza la quale il farmaco in questione non sarebbe mai approdato sul mercato. Non stupisce che i paesi in via di sviluppo vedano le cose in modo completamente differente.

La società ha sempre ammesso che altri valori potessero avere la meglio sulla proprietà intellettuale. La necessità di sbarrare il passo a un eccessivo potere monopolistico ha indotto le autorità anti-trust a esigere l'obbligatorietà dell'immatricolazione (come il governo statunitense ha fatto con la società telefonica AT&T). Quando in seguito agli attentati terroristici dell'11 settembre l'America ha dovuto far fronte al rischio dell'antrace, le autorità hanno rilasciato una licenza obbligatoria per Cipro, l'antidoto più conosciuto.

Sfortunatamente, i negoziatori commerciali che all'inizio degli anni Novanta elaborarono l'accordo sulla proprietà intellettuale (Trip, da Trade-related aspects of intellectual property rights, ndt) durante la sessione commerciale che si tenne in Uruguay, o non si resero conto di tutto ciò oppure, come è più probabile, se ne disinteressarono completamente. All'epoca io prestavo servizio nel Consiglio dei consulenti economici dell'amministrazione Clinton ed era quanto mai evidente che vi fossero maggiori interessi nel compiacere le industrie farmaceutiche e dell'intrattenimento che ad assicurare un regime di proprietà intellettuale che fosse vantaggioso per la scienza, per non parlare dei Paesi in via di sviluppo.

Presumo che molti di coloro che firmarono l'accordo non compresero appieno quello che stavano facendo. Se così fosse, avrebbero davvero condannato a morte consapevolmente migliaia di malati di Aids perché costoro non avrebbero più potuto essere in grado di procurarsi dei farmaci generici a un prezzo accessibile? Credo fermamente che se questa domanda fosse stata rivolta in questi termini ai parlamenti di tutto il mondo il Trip sarebbe stato clamorosamente rigettato.

La proprietà intellettuale è importante, ma un regime di proprietà intellettuale adeguato a un Paese in via di sviluppo è diverso dal regime di proprietà intellettuale adeguato a un Paese industriale avanzato. Lo schema del Trip ha fallito nel riconoscere questo dato di fatto. In primo luogo, in effetti, la proprietà intellettuale non avrebbe mai dovuto essere inglobata in un accordo commerciale, quanto meno in parte, perché le sue normative esulano, come è facile dimostrare, dalle competenze dei negoziatori commerciali. Come se non bastasse, inoltre, già esiste un'organizzazione internazionale deputata a proteggere la proprietà intellettuale. Nella riconsiderazione dei regimi di proprietà intellettuale del Wipo, è auspicabile che le voci del mondo in via di sviluppo siano ascoltate più distintamente di quanto avvenuto durante le trattative del Wto. È auspicabile altresì che il Wipo riesca a descrivere a grandi linee che cosa implicherebbe un regime di proprietà intellettuale pro-paesi in via di sviluppo ed è auspicabile che il Wto ascolti. Scopo della liberalizzazione commerciale, infatti, è quello di promuovere lo sviluppo, non di frenarlo.
Annotazioni − Articolo pubblicato il 24/08/2005 su "la Repubblica". Traduzione di Anna Bissanti.

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