Da La Repubblica del 28/09/2005
Originale su http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/glialtrinoi/copin/copin.html

Lo Stato don Rodrigo per Silvia e Juma

di Giovanni Maria Bellu

Adesso Silvia è un po' dispiaciuta per essersi fatta venire quell'idea. Anche se, quando ci pensa, proprio non riesce a capire dove ha sbagliato, né se ha sbagliato. Ha un sospetto. Ma è brutto, inaccettabile. E' tutto il contrario di quello che le hanno insegnato a scuola e a casa, l'opposto di quel che ha letto in tanti libri, di ciò che l'ha portata a fare il suo lavoro: principi di uguaglianza, di pari dignità tra gli uomini. Ecco, il dispiacere nasce dalla sensazione d'essere stata ingenua a credere che sarebbe stato semplice. Silvia ha 28 anni, non è una ragazzina.

Comunque è andata così. Due anni fa Silvia ha lasciato Roma e si è trasferita all'estero per lavorare in un progetto umanitario. Ha conosciuto un giovane del posto, uno studente che, dopo un po' di tempo, è diventato il suo ragazzo. Lo è ancora oggi. Insomma, è una storia che funziona. Così a Silvia, alla fine dello scorso anno, è venuto il desiderio di far conoscere a Juma, questo è il nome del compagno, la sua città.

Juma, che è un tipo testardo e orgoglioso, non ha accettato subito l'invito. Ha fatto notare che lui, uno studente, non aveva i soldi necessari per un viaggio fino a Roma, né quelli per pagare la permanenza, per ricambiare l'ospitalità. Di chiederli a casa, manco a parlarne. Silvia ce l'ha messa tutta. Gli ha detto che delle spese si sarebbe occupata lei, ha insistito sul fatto che davanti a loro c'è una vita, che a Juma non sarebbero mancate le occasioni per contraccambiare. Alla fine l'ha convinto. Ora il ricordo del momento in cui Juma ha detto "ok" la addolora. Ma chi avrebbe potuto immaginare?

Juma non può andare a Roma. A quanto pare, non c'è niente da fare. O forse sì, ma Silvia non è riuscita a saperlo. Ha solo capito che se Juma si fosse chiamato John, o Fritz, o Ramon, o Gustave oggi avrebbe il ricordo di una passeggiata sul Lungotevere, di un drink a Campo dè Fiori, di quella mattina trascorsa ai musei Vaticani, d'una gita a Villa Adriana, del caos di Porta Portese. E nei loro discorsi ci sarebbe un mondo di situazioni, di personaggi, di risate che invece ora appare inarrivabile. Così il sogno è diventato il suo contrario: qualcosa che sottolinea uno status di minorità.

Juma non può venire a Roma perché l'estero di Silvia non è l'Europa, non è gli Stati Uniti, non è il Canada. L'estero di Silvia è Zanzibar, Tanzania. E Juma è uno squattrinato studente africano.

Quell'impiegato dell'ambasciata italiana era stato chiaro: "Inutile provarci". Ma Silvia non si era data per vinta. Aveva preparato tutti i documenti necessari, carte diverse accomunate dal fatto che nel loro insieme dovevano dimostrare in modo inequivocabile che Juma non aveva alcuna intenzione di stabilirsi in Italia in barba della Bossi Fini. Ed ecco il certificato d'iscrizione a scuola, la disponibilità a sottoscrivere una fideiussione per garantire il ritorno di Juma a Zanzibar dopo tre settimane, una 'lettera d'invito' con l'indirizzo della casa dove Juma avrebbe alloggiato durante la permanenza in Italia, la prenotazione del volo aereo con una data precisa per il ritorno. Infine, un versamento di trenta euro, tanto ci vuole per presentare la domanda di visto con tutti gli allegati.

Come e perché sia accaduto non è chiaro. Silvia sa solo che un giorno del novembre scorso Juma si è presentato all'ambasciata italiana per un colloquio. E ne è uscito piuttosto sorpreso. Era stato un colloquio stranissimo con un funzionario che non solo non parlava una parola di swahili ma non masticava perfettamente l'inglese. E questo, unito al fatto che anche l'inglese di Juma è un po' zoppicante, aveva fatto del colloquio per il visto una specie di conversazione tra sordi. Due giorni dopo, Juma è andato all'ambasciata italiana per conoscere l'esito dell'esame e si è sentito rispondere d'essere stato bocciato. Perché? Non si sa. Silvia, quasi un anno dopo, non è in grado di rispondere. Non c'è alcun obbligo di motivare una decisione così. Juma non ha avuto il visto e basta.

Quando racconta questa storia, Silvia è un po' imbarazzata. Sa bene che chi aspira a raggiungere l'Italia dall'Africa incontra ben altri guai. Sa di quelli che, a centinaia, muoiono nel Mediterraneo e di quegli altri che lasciano la pelle durante la traversata del Sahara verso i porti libici. Sarebbe anche disposta ad accettare questa condizione, ad attrezzarsi per far conoscere Roma a Juma attraverso i Dvd e le cartoline. Il fatto è che altri tanzaniani, più ricchi di Juma e dei suoi fratelli, che sono tredici, riescono a raggiungere l'Europa. Nei confronti di un giovane africano povero, c'è una presunzione negativa: si ritiene che faccia il furbo, che voglia semplicemente varcare una frontiera per stabilirsi clandestinamente in un paese occidentale. E nello stesso tempo non gli si spiega come fare per chiarire di non avere intenzioni del genere. Così anche la frase più ovvia di una storia d'amore - "Vieni a conoscere il mio mondo" - diventa impronunciabile. Fino al punto da provare disagio per averla detta.

Lo Stato di cui fai parte, moderno, occidentale, diventa un don Rodrigo che si diverte a ostacolare una relazione. Cosa occorre? Basterà la ricevuta del versamento delle tasse scolastiche per il prossimo anno? O bisogna raddoppiare la fideiussione? O bisogna trovare in Italia un garante a prova di bomba, magari la scorta di un Calderoli armato di lupo e alabarda? Insomma, esistono delle regole, per quanto complesse, difficili? Silvia attende ancora una risposta.

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