Da Pagine di Difesa del 01/11/2005
Originale su http://www.paginedidifesa.it/2005/londei_051101.html

Io bambino soldato, nato per uccidere

di Franco Londei

Gulu, nord Uganda. Il bambino sdraiato sul letto ha una ferita da arma da fuoco alla coscia destra. I suoi occhi sono percorsi da sottilissime venature rosse che gli conferiscono un’aria difficile da decifrare. Non si sa se siano rossi di rabbia oppure chiedano aiuto. Nel letto di fianco un soldato del Updf (Uganda People’s Defence Forces) ferito da un macete alla testa, cerca di parlare al bambino e di tranquillizzarlo. Gli spiega che non ha niente da temere da quel Musungo (muso bianco) che è venuto a trovarlo.

Questo è il St. Mary's Lacor Hospital di Gulu. Camerate da dieci letti. Un letto per i ribelli e uno per i soldati, volontariamente alternati. Soldati e ribelli a diretto contatto, come vuole padre Elvio Croce, fondatore e responsabile del più importante ospedale dell’Africa centrale. L’unico ad avere una camera stagna per curare i malati di Ebola. L’unico che non fa distinzioni tra soldati e ribelli, che cura tutti indistintamente, a prescindere dal motivo delle ferite.

Ed è proprio in questo ospedale che emerge prepotente la realtà dei bambini soldato. Bambini usati per combattere. Macchine da guerra perfette proprio perché bambini, incoscienti e letali allo stesso tempo, disposti a uccidere solo perché gli viene ordinato. Usano armi da fuoco, ma molto più spesso armi bianche o addirittura bastoni di legno, perché è così che creano la leggenda. E’ così che diventano il terrore dei villaggi. Uccidono con incredibile violenza. Rompono il cranio delle vittime con un bastone. Non solo sparano, ma mostrano il sangue che scorre.

In Africa sono migliaia i bambini arruolati a forza dagli eserciti regolari e dai gruppi ribelli, perché anche gli eserciti usano i bambini come soldati: sono affidabili, eseguono sempre gli ordini, uccidono senza chiedere perché, affrontano il pericolo con l’incoscienza degli anni, sanno essere più spietati di qualsiasi adulto e non pensano mai prima di sparare.

Una delle nazioni più note per l’impiego dei bambini in combattimento è l’Uganda. I ribelli del Lra (Lord’s Resistence Army) in quasi venti anni di guerra hanno rapito e costretto a combattere centinaia di migliaia di bambini. Li hanno espiantati dai loro villaggi e li hanno costretti a combattere contro i loro stessi famigliari.

Per fare questo, i comandanti di Joseph Kony (l’orco cattivo, comandante in capo del Lra, Lord’s Resistance Army) si recano di notte nei villaggi dove prendono i bambini (maschi per combattere, femmine per il piacere dei comandanti) e li costringono a uccidere un loro famigliare. Non con un colpo di fucile, ma a bastonate, perché risulti il più cruento possibile. Chi si rifiuta viene ucciso seduta stante, quasi sempre da un loro coetaneo. Questo perché, una volta agito in questo modo, i bambini non potranno più tornare al loro villaggio senza rischiare di essere uccisi a loro volta e quindi non tenteranno la fuga.

Questa tecnica di reclutamento ha prodotto nel corso degli anni migliaia di giovani elementi che, o perché riusciti a fuggire o perché feriti in combattimento e arrestati, una volta fuori dal giogo dei comandanti e della guerriglia non hanno una collocazione nella società, in quanto non possono rientrare al loro villaggio, non possono usufruire dei diritti degli altri bambini, non hanno un posto dove andare.

Allora entra in gioco l’esercito regolare che, con la scusa di aiutarli, li recluta nelle proprie fila, li addestra, li arma e li spedisce nel bush a dare la caccia a quelli che fino a pochi giorni prima erano i loro compagni, consapevole che questi ragazzi sono i migliori soldati che si possano avere per le stesse ragioni per cui furono rapiti.

Ecco quindi che i liberatori - o coloro che dovrebbero proteggere i bambini - diventano a loro volta aguzzini, pronti a sfruttare tutte le qualità che essi hanno acquisito in mesi di duro addestramento con i ribelli: facilità di movimento nel bush, mimetismo, facilità a uccidere, spietatezza allo stato puro, freddezza assoluta e mancanza di paura.

Molte organizzazioni hanno denunciato l’uso dei bambini in guerra. Alcune hanno programmi per il loro recupero e reintegro nella società. Altre hanno progetti coadiuvati da psicologi che tendono a formare società chiuse di ex bambini soldato che siano autosufficienti e indipendenti, senza reinserire i bambini nella società comune. Altre ancora si limitano a contare i bambini che ogni anno prendono in mano il fucile per combattere. Nessuno fino a oggi ha affrontato il problema alla base. Nessuno ha affrontato il problema dei famigliari dei bambini.

In definitiva, come si può pretendere di reinserire un bambino nella società senza riconsegnarlo alla famiglia? In che contesto sarebbe inserito il bambino se non nella stessa società che gli ha dato il fucile in mano? Allora diventa valida l’alternativa dell’esercito come metodo di recupero, cioè come sistema di sopravvivenza del bambino, il quale, non avendo alternativa, fa l’unica cosa che sa fare: prende un fucile e spara.

Ecco il limite di certi programmi. Non tengono in considerazione il dopo, cioè quello che il bambino si troverà ad affrontare quando verrà riconsegnato alla società, quando verrà lasciato solo ad affrontare le vicissitudini della vita, senza poter contare su una famiglia, perché la famiglia stessa lo rifiuta.

L’errore più comune è proprio questo, credere che sia solo il bambino ad avere subito il trauma del rapimento e del successivo impiego in azioni violente, mentre invece anche la famiglia, i genitori, i fratelli, risentono degli eventi e per questo andrebbero aiutati ad accettare il rientro del ragazzo o della ragazza, esattamente come si fa per i rapiti.

Questo errore, gravissimo, consegna di fatto i ragazzini nelle mani dei militari che non si fanno scrupoli nell’impiegarli in azioni di guerra, mandandoli molto spesso allo sbaraglio direttamente in prima linea, consapevoli di avere in mano quelle perfette macchine da guerra che solo i bambini sanno essere.

Denunciare, urlare l’ingiustizia del fatto, fare dichiarazioni di intenti non è sufficiente per fermare il giro vizioso dell’impiego dei bambini in guerra, perché per 100 recuperati 90 tornano a imbracciare il fucile. Servono programmi seri e ad ampio raggio che prevedano il recupero psicologico sia dei ragazzi che dei loro genitori, perché togliere un bambino dalle mani dell’orco cattivo serve sì, ma solo se non viene poi consegnato al lupo.

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