Da The New York Times del 09/03/2003

Il cattivo esempio di Washington

di Noam Chomsky

IL PIÙ potente Stato della storia ha dichiarato che intende controllare il mondo con la forza, una dimensione in cui regna supremo. Evidentemente, il presidente Bush e il suo entourage ritengono che lo strumento di violenza che hanno nelle loro mani sia tanto straordinario da poter ignorare chiunque si ponga sulla loro strada. Le conseguenze potrebbero essere catastrofiche in Iraq e ovunque nel mondo. Gli Stati Uniti potrebbero raccogliere tempeste di rappresaglie terroristiche, nonché accrescere le possibilità di una Armageddon nucleare.

Bush, Cheney, Rumsfeld e compagnia si sono impegnati nel senso di una “ambizione Imperialistica”, come ha scritto G. John lkenberry nel numero di settembre/ottobre di Foreign Affaire, “un mondo unipolare in cui gli Stati Uniti non hanno un concorrente che possa dirsi alla pari” e in cui “nessuno Stato o coalizione sfiderebbe mai la loro posizione di paese guida, protettore e gendarme globale”.

Questa ambizione include certamente un assai esteso controllo delle risorse del Golfo Persico, così come basi militari per imporre nella regione il tipo di ordine da loro scelto.
Anche prima che i tamburi di guerra dell’amministrazione Bush cominciassero a rullare contro l’Iraq, erano numerosi i segni che avvertivano che l’avventurismo degli Stati Uniti avrebbe condotto a una proliferazione delle armi di distruzione di massa e a un aumento del terrorismo, sia come deterrente, sia come vendetta.
In questo stesso momento, Washington sta impartendo al mondo una assai brutta e pericolosa lezione: se volete difendervi da noi, imitate la Corea del Nord, opponendo una minaccia militare che sia credibile.
C’è una buona ragione che porta a ritenere che la guerra contro l’Iraq sia intesa, in parte, a dimostrare a cosa si va incontro quando l’impero decide di assestare un colpo, anche se ”guerra” non è il termine appropriato se si considera l’enorme sproporzione tra le forze.
E un fiume di propaganda quello che ci avverte che se non fermiamo Saddam Hussein oggi, egli ci distruggerà domani.
L’ottobre scorso, quando il Congresso autorizzò il presidente a muovere guerra, la motivazione era “in difesa della sicurezza nazionale degli Stati Uniti contro la continua minaccia rappresentata dall’Iraq”. Ma tra i vicini dell’Iraq, nessun paese manifestava una particolare preoccupazione per Saddam, per quanto odino il tiranno assassino.
Forse ciò è dovuto al fatto che i vicini sanno che il popolo iracheno si trova al limite della sopravvivenza. L’Iraq è diventato uno dei paesi più deboli della regione.
Come riferisce un rapporto dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze, l’economia e le spese militari irachene sono una frazione di quelle dei suoi vicini, includendo il Kuwait, la cui popolazione è un decimo di quella dell’Iraq. Difatti, negli ultimi anni, i paesi circostanti hanno tentato di reintegrare l’Iraq nella regione, inclusi l’Iran e il Kuwait, entrambi invasi dall’Iraq.

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