Da Corriere della Sera del 07/10/2003

Bush dà il via libera all’«autodifesa» di Israele

Non esclusi altri raid in Siria, un morto al confine libanese. Il premier palestinese: non ascolterò gli Usa. Iraq, la Rice «commissarierà» Bremer

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Primo dialogo a distanza tra il presidente Bush e il premier palestinese Abu Ala. Dopo la strage della terrorista di Haifa, il raid israeliano sulla Siria (Ranaan Gissin, portavoce del governo Sharon, in un’intervista alla Cnn non ha escluso la possibilità di altri blitz) e la sparatoria di ieri al confine col Libano in cui è rimasto ucciso un soldato israeliano, non è dei più felici. Il leader americano chiede che l'Autorità palestinese «usi tutti i mezzi necessari» per combattere il terrorismo. Dalla Palestina, pur dicendo di voler negoziare una tregua, il premier risponde: «Non ascolterò l'America, ascolterò i nostri diritti».

Aggiunge che accetta la road map, il percorso indicato dagli Usa verso la pace, ma non andrà «alla guerra civile» contro i connazionali militanti.

Bush è il primo a intervenire. A una conferenza stampa alla Casa Bianca, avalla la rappresaglia di Sharon contro la Siria, dichiarando di avergli «reso molto chiaro che Israele ha il diritto di difendersi, e non deve sentirsi ristretto nella difesa del Paese». Obbietta solo che «è molto importante che le azioni israeliane non provochino l'escalation del conflitto e non creino maggiori tensioni». Poi insiste sulle responsabilità palestinesi: «L'Autorità se le deve assumere tutte, deve sconfiggere i terroristi che vogliono impedire la nascita di un pacifico Stato della Palestina». La posizione del presidente viene evidenziata al Consiglio di sicurezza dell'Onu a New York, dove la Siria presenta la sua seconda bozza di risoluzione a condanna di Israele in due giorni. Il delegato Usa John Negroponte, capo di turno del Consiglio, la definisce inaccettabile perché tace sul terrorismo.

Abu Ala ribatte che non «è schiavo delle parole» (della road map) e che non ascolterà neanche Sharon. Ma non esclude di incontrare il premier israeliano dopo una eventuale tregua, «se sarà necessario e produttivo». E' un atteggiamento diverso da quello del suo predecessore Abu Mazen: appare più vicino ad Arafat. Prudente il commento del portavoce del Dipartimento di Stato Richard Boucher: «Vedremo come si muoverà il governo palestinese». La Casa Bianca preferisce non commentare, ma il suo portavoce Scott McClellan ribadisce che Bush «continuerà a impegnarsi per l'attuazione della road map, l'unica strada possibile». Una promessa che contrasta con i fatti: la Casa Bianca ha appena mostrato che, nello scacchiere mediorientale, dà la precedenza all'Iraq e l'Afghanistan formando un «Gruppo di stabilizzazione» per questi due Paesi.

Ufficialmente il gruppo, diretto dal consigliere per la Sicurezza nazionale Condoleezza Rice, deve coordinare il lavoro dei vari ministeri e agenzie a Bagdad e a Kabul. In realtà deve stroncare la guerra intestina tra i falchi e le colombe e assumere il diretto controllo della situazione in entrambi i Paesi. La Rice stessa annuncia l'improvvisa misura in un memorandum riservato al Segretario di Stato Colin Powell, al ministro della Difesa Donald Rusmfeld, e al direttore della Cia George Tenet, la trojka in lite. Spiega lei stessa al New York Times, che interpreta le sue parole come la conferma del fiasco iracheno: «E' il riconoscimento che siamo in una nuova fase».

Il provvedimento ha un retroscena: il secco invito dei neoconservatori a Bush a imporre la linea unilaterista ai dissidenti nel governo, per lo più ex uomini di suo padre, invito reso pubblico dalla rivista Weekly standard. Il presidente lo ha raccolto, ma con una modifica, ridimensionando oltre a Powell anche Rumsfeld. Non lo ammette tuttavia parlando ai giornalisti: «Condi Rice - dichiara - appoggerà il Pentagono e Paul Bremer», il governatore dell'Iraq.

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