Da Corriere della Sera del 10/10/2003

Nel bunker il crepuscolo del raìs

di Antonio Ferrari

Soltanto Shakespeare potrebbe immaginare e nobilitare magistralmente la tragedia umana e politica che si sta consumando fra le mura sbrecciate del bunker di Ramallah, che tutti conoscono come la Mukata, edificio-simbolo dell’Autorità nazionale palestinese. A noi, semplici testimoni del percorso di un uomo, non resta che cercare di descrivere, sulla base di confidenze e racconti necessariamente approssimativi, che cosa sta succedendo laggiù, dove il leader di un popolo che il mondo ha amato, odiato, temuto, disprezzato, ammirato, compatito, sta forse mordendo gli ultimi brandelli di una vita pericolosa e a tratti esaltante. Assediato da un male spietato (allo stomaco, pare) che si somma ad un avanzato Parkinson e gli toglie lucidità; insospettito dalla presenza di troppi medici; aggredito dall'angoscia di vedersi sfuggire il potere; assalito dal dubbio, anzi dalla certezza che i compagni di tanti anni di lotte stiano già preparandosi al «dopo». Dicono che, quando ha saputo che Israele aveva richiamato i riservisti, avrebbe esternato un moto di rabbia. Teme infatti che la decisione del suo coetaneo e nemico, il premier israeliano Ariel Sharon, sia proprio dovuta alle sue gravi condizioni di salute e alla possibilità che si materializzi l'irreparabile.

Le telecamere, l'altro giorno, hanno mostrato un Arafat magrissimo, diafano, spettrale, sofferente. Come se sentisse sulla pelle, alla fine della lunga corsa, i sinistri richiami del destino. Eppure, con uno slancio, aveva abbracciato e baciato sulle guance l'uomo della sua personale rivincita, quell’Ahmed Qurei (Abu Ala), al quale aveva affidato l'incarico di formare il nuovo governo palestinese, dopo aver costretto alle dimissioni l'ex delfino Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Era la sua vendetta, contro i piani di coloro che intendevano sottrargli lo scettro del comando.

Eppure anche il fido Abu Ala si è ribellato, perché non soltanto ha affidato il controllo di tutti gli apparati di sicurezza a Nasser Youssef, sottraendoli al leader come chiedevano americani e israeliani, ma gli ha garantito anche l'ultima parola sulle decisioni operative. Arafat prima ha detto un sì poco convinto, poi è tornato sui suoi passi e ha proposto la nomina di tre vice, tre sottosegretari a lui fedelissimi, nel tentativo disperato di condizionare il ministro e il candidato-premier. Che ieri ha minacciato di rinunciare all'incarico, rischiando di far crollare le ultime speranze di tenere in vita la Road map.

Poi si è entrati nel tunnel del silenzio, rotto dalle flebili voci di chi fa sapere che Abu Ala è sempre al suo posto, che la crisi è scongiurata e che si sta discutendo. Ma più che discutere, nel bunker della Mukata, si attende. Tutto è sospeso, incerto, difficilmente decifrabile. A parte il dramma di un uomo malato, frustrato e sempre più solo.

Un uomo che forse ricorda quando, da bambino, per le strade del Cairo, già sentendosi un capo, obbligava i compagni a marciare in fila, pronto a bacchettarli sulla testa se non rispettavano ordini e disciplina. Che probabilmente rivive la lunga stagione della lotta armata e il discorso all'Onu con la pistola nella fondina e il ramoscello d'ulivo nella mano destra. Che si compiace di ripensare, dopo gli anni dell'esilio tunisino, alle trattative segrete, agli accordi di Oslo e al ritorno in Palestina. Che sogna il giorno in cui ricevette il Nobel per la pace, o magari le premure che gli riservavano i potenti della Terra, riuniti ogni anno a Davos, dove per otto anni è stato uno degli ospiti più attesi; o ancora i tappeti rossi che venivano srotolati in tutti i Paesi dove scendeva: non più capo-guerrigliero, ma presidente di un embrione di Stato.

Dicono che Arafat, negli ultimi tempi, si abbandoni sempre più spesso ai ricordi e alle suggestioni del passato. Forse perché il presente gli sfugge, e c'è ormai poco tempo per pensare al futuro, visto che l'emarginazione politica lo ha ormai praticamente escluso dal processo decisionale. Ed è proprio l'essere considerato «irrilevante» ad aver accelerato il suo tracollo fisico e psicologico. Raccontano che, quando l'ex premier Abu Mazen fu ricevuto da George W. Bush alla Casa Bianca, avrebbe dato ordine alle televisioni palestinesi di sostituire la diretta con un film strappalacrime.

Pochi hanno avuto il coraggio di contraddirlo. Chi lo ha fatto si è ritrovato nel cono d'ombra. Forse Yasser Arafat non sa che a Ramallah qualcuno già disegna lo scenario del futuro senza di lui. Con Abu Ala presidente e Abu Mazen che torna a guidare il governo. Ma forse ci si dimentica che il leader ha fatto dell'arte di sopravvivere la sua dottrina.

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