Da Corriere della Sera del 14/04/2004

L’analisi

Il «gioco ambiguo» di Siria e Iran per obbligare gli Stati Uniti a ritirarsi

Damasco e Teheran hanno partecipato ai disordini

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Dietro la sanguinosa rivolta e il sequestro degli stranieri in Iraq ci sono anche l'Iran e la Siria, come il comandante in capo delle forze armate Usa a Bagdad John Abizaid sembra pensare? A parere della maggioranza dei politici e degli esperti vicini alla Casa bianca, no, per lo meno non nel senso che fomentino gli eventi o che vi partecipino. Soprattutto, non c'è un piano comune Teheran-Damasco di finanziamento e di riarmo dei rivoltosi e sequestratori. «L’Iran e la Siria possono volere la nostra sconfitta e non fare nulla per impedirla», rileva l'ex mediatore per il Medio oriente Tony Zinni, «ma non intendono esporsi troppo nei nostri confronti, e i loro obbiettivi finali sono diversi». L'ex generale, che presidiò la zona curda dopo la prima guerra del Golfo persico, sottolinea che sia Teheran sia Damasco sono state duramente diffidate da Washington dall'interferire in Iraq: «Inoltre la Siria mira a un regime secolare a Bagdad simile al suo, l’Iran a una repubblica islamica».

Secondo l'ex capo dell'antiterrorismo della Cia, Vincent Cannistraro, la protesta di Abizaid è dovuta al mancato blocco delle frontiere da parte della Siria e alle mancate pressioni sui fondamentalisti sciiti da parte dell'Iran. «Mi risulta che l’intelligence siriana continui a fornirci informazioni su Al Qaeda», dichiara Cannistraro, «ma lasci passare sul suo territorio alcuni gruppi di terroristi o combattenti». L'ex capo dell'antiterrorismo della Cia, che ha trascorso una settimana in Iraq, aggiunge che il regime iraniano «aiuta gli sciiti, quindi anche Sadr, ma non lo ama, anzi gli preferisce l'ayatollah Sistani». A giudizio di Cannistraro, Teheran desidera un processo politico che sia relativamente pacifico e porti al potere la maggioranza sciita: «So che cerca di contenere Sadr e di trovare una leadership più moderata».

Il gioco di Damasco e di Teheran, osserva il consulente dell'amministrazione sull’Islam Daniel Pipes, è ambiguo, ma non è diretto a destabilizzare l'Iraq, bensì a costringere l'America ad abbandonarlo. Più che la Siria, nota, l'Iran è in grado di condizionare la situazione. L'editorialista del Washington Post, David Ignatius, è d'accordo: scrive che gli inglesi stanno negoziando segretamente con gli iraniani per ripristinare un minimo di stabilità e per consentire il passaggio dei poteri agli iracheni il 30 giugno prossimo. E' d'accordo anche il Los Angeles Times: «Bush rischia di diventare il primo presidente Usa a creare una repubblica islamica». Pipes auspica che sia «un islamismo pacato che non aggravi la crisi tra arabi e israeliani: l'alternativa sarebbero il caos o la guerra civile».

L'amministrazione Bush smentisce questa ipotesi. Insiste che il nuovo governo iracheno sarà rappresentativo di tutte le etnie, le religioni e correnti politiche del Paese, e schierato con l'Occidente.

Ribadisce che un Iraq libero e democratico cambierà l'equilibrio delle forze in tutto il Medio oriente, diverrà un modello per l'Islam. Ma la maggioranza dei parlamentari al Congresso, inclusi alcuni repubblicani, temono che sia una missione impossibile.

Il capo della Commissione esteri Richard Lugar osserva che altre nazioni musulmane, in primo luogo l'Arabia saudita, sono contrarie al progetto di Bush. E non esclude che la Siria e l'Iran escano rafforzati dal conflitto iracheno, l'una con un ruolo chiave nel mondo arabo, e l'altra in posizione dominante nel Golfo persico e in Asia centrale.

Per Cannistraro quello siriano e iraniano è il secondo fronte, per lo più ignorato, della guerra dell'Iraq. Un fronte su cui Damasco e Teheran si muovono con cautela per non provocare il gigante Usa. E su cui Bush non può usare la forza, nonostante le minacce iniziali, perché inchiodato a Bagdad e alle prese con le elezioni americane. Ma su cui dovrà nascere un dialogo, dopo o simultaneamente al dialogo in Iraq, con la collaborazione dell'Onu, dell'Ue e della Russia, gli stessi protagonisti del dialogo interrottosi tra gli israeliani e i palestinesi.

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