Da Corriere della Sera del 27/09/2004

Nel 1924 la prima trasmissione. Le canzonette, il calcio, un futuro alla Internet

Ottant’anni di radio. E non siamo stanchi

di Aldo Grasso

La radio italiana, che allora si chiamava Uri (in seguito diventerà Eiar e poi Rai), inizia le sue trasmissioni la sera del 6 ottobre 1924 con le note dell’inno fascista «Giovinezza» e con il famoso annuncio di Maria Luisa Boncompagni: «Unione Radiofonica Italiana, Stazione di Roma 1-RO, trasmissione del concerto inaugurale». Così vuole la tradizione: la data è giusta, le ore sono le 21 ed è anche vero che la Boncompagni è la prima annunciatrice del mondo. CONTINUA A PAGINA 28

Ma «Giovinezza» va in onda solo alle 22,30 dopo le «Ultime notizie» affidate all’Agenzia Stefani, in mezzo ad altri inni ufficiali.

Lo sviluppo della radio in Italia è strettamente legato all’acquisizione di consenso popolare da parte di Mussolini. Il regime fascista compie un notevole sforzo per incrementare la radiofonia: aumenta il numero di trasmissioni, potenzia le stazioni emittenti e crea una serie di programmi per l’estero per «dare lustro alla nazione favorendo il rafforzamento dell’immagine del partito in ambito europeo». Dall’agosto del 1933 Radio Bari avvia i primi servizi in lingua albanese. Nell’aprile del 1935 l’Eiar giunge a trasmettere bollettini d’informazione in quasi tutte le lingue europee: la Stazione di Milano irradia quelli in esperanto, tedesco, bulgaro, ungherese, francese, inglese e spagnolo. Ma, almeno all’inizio, non è del tutto vero che Mussolini afferra tempestivamente la straordinaria importanza del nuovo mezzo. Come succederà poi con la tv, la radio nasce come strumento d’élite: gli apparecchi costano cari e anche l’abbonamento è per le tasche di pochi. A guidarla c’è Enrico Marchesi, uno dei più abili esponenti del mondo industriale italiano, uomo di fiducia di Giovanni Agnelli che, per fondare l’Uri, ha messo insieme la filiale della Western-Electric Company e alcune società italiane.

E’ con lo sport che la radio comincia a diventare popolare. Il 25 marzo 1928 la Stazione di Roma trasmette la partita Italia-Ungheria, prima radiocronaca sportiva italiana. Il 1° aprile è la volta dell’incontro di pugilato Bosisio-Molina, valido per il titolo europeo, trasmesso dal Palazzo dello Sport di Milano. In questa occasione il cronista Czerni, a causa della cattiva acustica del palazzetto, parla da un microfono posto in una cassetta foderata di feltro.

A differenza della tv, la radio piace agli intellettuali che a partire dalla fine degli anni Venti, non fanno mancare il loro contributo.

Gabriele D’Annunzio, Raffaele Calzini, Salvator Gotta, Guido da Verona, Gino Rocca, Enzo Ferrieri, Massimo Bontempelli e persino Luigi Pirandello si alternano nella conduzione di trasmissioni culturali volte a creare un nuovo genere di letteratura radiofonica. Nel 1929, nonostante la grande crisi mondiale, la radio italiana incrementa i suoi programmi.

L’Eiar passa dalle 6.196 ore di trasmissione del 1928, alle 15.768, con un aumento del 145%. A Milano, dal 28 marzo viene trasmessa «L’accademia dell’umorismo», per far conoscere «quanto la vita offre di giocondo e piacevole». Dal 31 marzo va in onda, tutti i giorni, occupando molto spazio all’interno del palinsesto, «Eiar Jazz», trasmissione musicale di grande successo.

A tratti, sembra di assistere a cronache recenti. Gli «utenti» protestano per il flusso disorganico degli spot commerciali, giudicati insulsi e banali e per la sacrilega interruzione dei programmi. Il critico radiofonico della Stampa nel 1931 verga parole di fuoco: «Per ore e ore uno speaker si avvicenda all’altro allo scopo di decantarci il vermouth, il lucido delle scarpe, la crema per voi e per i vostri bambini, lo sciampagna delle vittorie, il caffè di Tizio, il sapone di caio, il tè marca X, la colla marca Y, e un’infinità di altre specialità, il tutto in prosa, in versi, in musica con un’insistenza e una petulanza veramente stucchevoli e irritanti. Un po’ di buon gusto, signori, anche nel fare réclame». Oppure ci si lamenta della progressiva scomparsa dei programmi culturali e della musica classica a favore delle canzonette, della musica di consumo. La quale musica trova un fervido difensore in Cesare Zavattini che si rivolge al direttore generale dell’Eiar, Raoul Chiodelli: «Ricomincia la campagna contro le canzonette - troppe, dicono - nei programmi radio. Io mi metto a Vostra disposizione con alcuni milioni di cittadini, piantoneremo l’Eiar e dentro faremo suonare cento volte "Tornerai", "Settembre ti dirò", "Dove e quando", "Non sei più la mia bambina", "Reginella campagnola". Quando torno a casa, piuttosto stanco dal lavoro e, aperta la porta, m’investono gli allegri ritmi di Barzizza, mi metto a ballare il tip tap...». Per descrivere quei giorni non esistono più i programmi ma c’è un film eccezionale: Ecco la radio! , 1940, di Giacomo Gentilomo. E’ la ricostruzione di una giornata radiofonica, interpretata dai maggiori divi dell’epoca e sorretta da uno strepitoso montaggio che riesce a dare corpo allo sfolgorante e «pudico immaginario» (come lo chiamerà Giorgio Manganelli) della radiofonia.

Intanto con «I quattro moschettieri» di Nizza e Morbelli (1934) «Dall’A alla Z. Radioenciclopedia sonora e cantata» di Marcello Marchesi (1937), «L’ora del dilettante» di Silvio Gigli (1939), «Botta e risposta» ancora di Gigli (1944), «Voci dal mondo» di Pia Moretti e Vittorio Veltroni (1949) nascono i grandi successi della radio e con essi le prime forme di divismo. Persino gli speaker come Guido Notari, Francesco Sornano, Alessandro Cramer, Titta Arista raggiungono la fama dei più noti attori del cinema. Una radio è i suoi programmi e Radio Rai è, per citarne alcuni, «La bisarca» di Garinei e Giovannini, 1948, «Rosso e nero», 1951, «Viaggio in Italia» di Guido Piovene, 1953, «Sorella radio», 1951, «Mario Pio» di Alberto Sordi, 1952, «Tutto il calcio minuto per minuto» di Roberto Bortoluzzi, 1960, «Bandiera gialla», 1965, «Gran varietà», 1966, «Il gambero» di Enzo Tortora, 1967, «Pomeriggio con Mina», 1967, «Hit parade» con Lelio Luttazzi, 1967, «Batto quattro» con Gino Bramieri, 1967, «La corrida» di Corrado, 1968, «Chiamate Roma 3131», 1969, specie l’edizione di Corrado Guerzoni, «Le interviste impossibili» di Radiotre, 1974, «Alto gradimento» di Arbore e Boncompagni (una rivoluzione nella storia del costume e dei media), 1976, «Black out» di Enrico Vaime, 1978, «Caterpillar», 1997, «Viva Radio 2» di Fiorello, 2001.

A volte trascuriamo la radio, pensando che tutti i moderni media le abbiano sottratto qualcosa. La trascuriamo quasi non riuscissimo più a liberarci di un’icona passatista. Ormai è archeologia non solo Marconi, la Boncompagni, Filogamo, il Trio Lescano, Carosio, i concerti della Martini e Rossi, i medaglioni di Carlo Emilio Gadda; ormai sono «radio days» anche Federico l’Olandese volante, Luisella Berrino, Awanagana, Alex Peroni, Max Venegoni, Gianni Riso e gli altri sopravvissuti delle «radio libere».

Da tempo la radio non occupa più il centro della scena mediatica.

Questo non significa che il mezzo sia morto o, come si insinua, che molti conduttori facciano radio solo in attesa di fare tv, significa invece che la radio deve fare della «marginalità» la sua vera risorsa espressiva. Da qualche mese, però, Radiodue e Radiotre non si ricevono più sulle storiche onde medie, ma soltanto sulle affollatissime modulazioni di frequenza (Fm). Mentre prima c’era una banda che ospitava le tre reti Rai, Radio Vaticana, Radio Montecarlo, Radio Capodistria, Radio Lussemburgo e la ricezione era molto facilitata, adesso due reti della Rai sono state trasferite sulla banda delle radio commerciali dove, di fatto, è molto difficile catturare il segnale, soprattutto per un pubblico non più giovane. Inoltre, molti fedeli ascoltatori (quelli che abitano in zone montuose o collinari dove il segnale Fm non arriva) sono stati tagliati fuori dalla ricezione. Questo è un vero guaio.

In termini generali, più aumenta l’investimento tecnologico più la radio diventa strumento informale. Quindi vicino alla vita di tutti i giorni, che è una vita «orale» non «scritta», non ingabbiata in reticoli espressivi, in rigide regole di comportamento. Il futuro della radio è sempre più legato a questo carattere di immediatezza, a questa consonanza fra l’identità dello spettatore e l’identità del medium, come succede su Internet. E’ qui che si aprono gli spazi di rischio nei quali la radio, pubblica e privata, potrebbe cercare i nuovi modi per rappresentarsi, per cessare di essere solo la «sorella minore» della tv.

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