Da La Stampa del 18/10/2004

Il procuratore commenta la sentenza di assoluzione

Ma Andreotti è stato mafioso

di Giancarlo Caselli

La critica nei confronti dei provvedimenti giudiziari (dei pubblici ministeri e dei giudici) è, come per ogni atto di pubblici poteri, il sale della democrazia. Tutt’altra cosa sono le quantità industriali di fango e menzogne, le diffamazioni all'ingrosso che han dovuto subire - in tutti questi anni - i magistrati cui è capitata la «sfortuna» - adempiendo i loro obblighi istituzionali - di doversi occupare di imputati cosiddetti eccellenti, accusati di collusione con mafiosi. Eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Obbligatorietà dell’azione penale? Necessità assoluta di indagare (senza sconti!) non solo sul versante della mafia militare ma anche su quello dei rapporti mafia-politica? Tutte favole per gonzi. Per certuni il copione immutabile - scritto una volta per sempre - è stato un altro: presentare gli imputati come dei benemeriti

ingiustamente perseguitati (un calvario…); azzannati alla gola da giustizialisti impenitenti, sempre pronti ad elaborare tesi assurde basate sul nulla, buone solo a soddisfare le loro smanie di toghe rosse, di magistrati «chiodati», politicizzati e asserviti.

Di qui un catalogo infinito di insulti. Testualmente: assassini, terroristi, farabutti, brigatisti, faziosi, sadici, torturatori, perversi da manuale, venduti, menti distorte, falsificatori di carte, folli, predicatori di mostruosità, bugiardi, frodatori processuali, spregiatori di norme (costituzionali e ordinarie), criminali vestiti da giudici, dissennati, macigni sulla strada della democrazia, omuncoli bisognosi di una perizia psichiatrica, cupola mafiosa, corruttori della dignità dei siciliani, foraggiatori di pentiti destinati ad alimentare il pozzo nero dell'antimafia postfalconiana. Per arrivare agli epiteti più recenti (e più noti): tipo malati di mente e antropologicamente diversi dal resto della razza umana.

Coloro che si sono esibiti in queste sceneggiate hanno ora un'importante occasione per affiancare - alle scelte fin qui praticate - una strada diversa. Le prime avvisaglie sono nel senso di un irriducibile rifiuto di cambiare registro. Ma perché disperare? L'occasione, infatti, non è di quelle che si possano decentemente respingere. Si tratta della sentenza della Corte di Cassazione che (decidendo il processo relativo al più eccellente fra gli imputati eccellenti in via definitiva, ciò che dà più spazio - a bocce ormai ferme - anche a questo mio intervento) ha confermato la sentenza della corte d'appello di Palermo, il cui dispositivo, alla lettera, recita: «la Corte… dichiara non doversi procedere nei confronti (dell'imputato) in ordine al reato di associazione per delinquere a lui ascritto al capo A della rubrica, commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione; conferma, nel resto, la appellata sentenza».

Dunque, la Cassazione (ribadendo l'assoluzione per i fatti successivi) ha confermato che fino alla primavera del 1980 l'imputato ha commesso il reato di associazione con i mafiosi dell'epoca, capeggiati da Stefano Bontade, autori di gravissimi delitti. Si potrebbe dare atto di questa verità processuale, magari riproducendo alcune delle pagine della sentenza d'appello (confermata ora dalla Cassazione) che dimostrano come e perché: «sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale» che abbia contribuito al «rafforzamento della organizzazione criminale». Si potrebbe. Significherebbe semplicemente informare. Osservando l'elementare principio che le sentenze vanno rispettate. Soprattutto quelle definitive. Valutandole in base alla correttezza e al rigore, non alla stregua della loro utilità contingente. Invece molti non lo fanno. E continuano a cancellare tutto quello che non si adatta alla denigrazione apodittica delle ragioni dell'accusa. Continuano con l'insulto e con l'arte della confusione delle parole (per esempio quella che chiama assoluzione la prescrizione). Per poter continuare a parlare di teoremi e complotti anche quando la Cassazione ha definitivamente spazzato via persino la prospettabilità di ipotesi del genere.

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