Da La Repubblica del 06/11/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/j/speciale/altri/elezioniusa/sanfrancisc...

Trasgressiva e raffinata, la città della West Coast ha perso contro Bush la battaglia dei valori

Il mea culpa di San Francisco "Lontani dal cuore d'America"

Nel mirino delle critiche c'è il sindaco che a febbraio celebrò migliaia di nozze gay

di Federico Rampini

Rientrano a casa come caschi blu dell'Onu in rotta, umiliati dopo una missione fallita. Sono centinaia di avvocati celebri di San Francisco, tutti militanti democratici. Erano partiti da qui per controllare le votazioni in Florida e in Ohio come fossero fragili democrazie del Terzo mondo. Professionisti affermati, l'establishment della San Francisco radicale. Qualcuno confessa di aver pianto la mattina del 3 novembre quando John Kerry si è arreso. Tornano nella loro amata Baia californiana, l'Eden della sinistra americana dove Kerry ha preso l'83% dei voti, ma qui li aspetta un'altra prova. È il processo a San Francisco, simbolo di una sinistra élitaria che ha perso contro Bush la battaglia dei valori, una sinistra di freddi intellettuali sconfitti dall'America che ha un cuore.

La requisitoria viene anche da una di loro, leader storica e coscienza critica dei democratici. Dianne Feinstein, senatrice, ex-sindaco di San Francisco, lancia l'accusa: "I matrimoni gay celebrati in questa città a febbraio hanno suonato l'allarme in tutta l'America tradizionalista, hanno risvegliato gli spettri più temuti della disgregazione morale e dell'attacco alla famiglia. Si è offerto alla destra il bersaglio ideale, un flagello contro cui mobilitarsi. Questo ha moltiplicato le energie di Bush. Come sempre San Francisco ha voluto andare troppo avanti troppo presto".

Le dà ragione Robert Knight, direttore del Culture and Family Institute: "Questa città non ha capito la forza del tabù che infrangeva, ha spaventato decine di milioni di cristiani e li ha spinti alle urne. Questa sinistra deve uscire dai circoli del Castro (il quartiere chic dei gay di San Francisco, ndr) e frequentare Main Street, le vie dell'America media e benpensante".

Un bersaglio è Gavin Newsom, il sindaco che a febbraio unì in matrimonio migliaia di coppie gay e lesbiche. È il prototipo del californiano che la destra sudista adora odiare: 37 anni, seducente e telegenico, ricco imprenditore di sinistra, sposato con una giudice-star che sembra una top model. Newsom si difende: "Con i matrimoni gay in municipio non ho fatto che applicare la Costituzione americana e il suo principio di eguaglianza. Mi piacerebbe poter credere che il sindaco di San Francisco influenza l'elezione presidenziale ma non è così". Basta guardare il taglio delle sue giacche italiane per capire che Newsom non sa nulla di quella gente semplice dell'Ohio e dell'Arkansas che guida furgoni, gioca a bowling il sabato sera con le mogli grasse, mette la bandiera alla finestra nelle feste nazionali. Chardonnay della Napa Valley contro birra Budweiser, surf contro football. Come Kerry, peggio di Kerry, questa West Coast trasgressiva e raffinata ha perso i contatti con l'America delle grandi pianure.

"Il telefono squilla senza sosta da tre giorni e tutti i ragazzi mi chiedono la stessa cosa: adesso che si fa?". Raeanne Young, 20 anni, è una volontaria dell'associazione Direct Action to Stop the War. È l'avanguardia della Generazione Y che contro la guerra in Iraq ha avuto il battesimo del fuoco della politica. Nel marzo 2003, quando Bush lanciò l'attacco a Saddam Hussein, questi ragazzi scatenarono la guerriglia urbana. Nelle prime 48 ore di combattimenti la polizia fece più prigionieri nelle vie di San Francisco che i marines nel deserto iracheno. Il rito si è ripetuto più tristemente all'indomani del trionfo elettorale di Bush. Raeanne Young e i suoi amici sono tornati in piazza, in duemila hanno manifestato con gli striscioni "November 2, 2004: Shame on Us" (la vergogna su di noi).

Sono sfilati in pellegrinaggio davanti ai luoghi-simbolo della protesta. La libreria Citylight del Movimento Beat che fu attaccata negli anni 50 dal maccartismo e oggi dalle vetrine proclama "Impeach Bush". Il grattacielo vicino alla Transamerica Pyramid dove i cordoni di polizia devono proteggere la compagnia petrolifera Bechtel (gigante degli appalti in Iraq con Halliburton). Il Civic Center dove finivano le manifestazioni oceaniche per la pace nel 1968 e nel 2003. Su questi luoghi segnati dalle battaglie politiche ora aleggia come una maledizione l'accusa di aver fatto vincere Bush, di avere perso il contatto con i valori dell'America profonda. Si ritorce contro San Francisco la sua diversità, quella che fece dire a Henry Louis Mencken che arrivare qui "offre il sottile e inconfondibile piacere della fuga dagli Stati Uniti".

Già subito dopo l'11 settembre l'antico orgoglio dell'anticonformismo californiano è diventato sospetto. L'America ricorda che tra i primi guerriglieri catturati in Afghanistan c'era Johnny il Taliban, giovane californiano sbandato, figlio di due agiati professionisti di Marin County, cresciuto proprio qui all'ombra del Golden Gate e poi finito in un campo di addestramento di Al Qaeda. Il nemico allevato in casa, il traditore figlio della sinistra borghese e salottiera. "Berkeley-vegan", vegetariano di Berkeley diventa un insulto, la caricatura sprezzante del radicalchic, fumatore di spinello e brucia-bandiera.

Ora di fronte ai 30 Stati che hanno dato a Bush una solida maggioranza, San Francisco reagisce con i nervi tesi. Senza autoironia, il San Francisco Chronicle pubblica un servizio intitolato "Gli americani anti-Bush cercano di emigrare". I consoli del Canada, Australia e Nuova Zelanda, intervistati dal quotidiano, confermano le richieste di permessi di residenza da parte di abitanti della Baia nauseati dalla vittoria di Bush (la portavoce di Ottawa burocraticamente puntualizza che "il disgusto verso il presidente degli Stati Uniti non aumenta né diminuisce le probabilità di ottenere la residenza canadese"). Non c'è di meglio per alimentare gli stereotipi del resto d'America: le battute sulla Repubblica Popolare di San Francisco, sui socialisti miliardari della New Economy e di Internet, gli apolidi amici di George Soros, una scheggia d'Europa infilzata nella West Coast, sempre pronta a tradire la patria in pericolo.

Per tastare i risentimenti dell'America profonda non c'è bisogno di viaggiare fino ai mormoni dello Utah, non occorre arrivare al Mid-West operaio o al Sud integralista. Bastano poche miglia nell'entroterra della Baia, dove scendono i prezzi delle case, per trovare Judi Anva, 43 anni, donna delle pulizie che fa la spesa all'hard discount di Escalon e dice "Bush non si vergogna di mostrare che crede in Gesù proprio come ci credo io". E Bob Poynter, vicesceriffo in pensione di San Mateo, accusa: "A San Francisco credono di poter imporre la loro morale permissiva e cambiare l'America ma non andrà così. Questo è un paese che ha dei principi morali, che crede nella famiglia". Lo stesso succede più a Sud, se dalla Los Angeles di sinistra (715.000 voti di scarto in favore di Kerry, il più grosso vantaggio assoluto in una città) si passa all'entroterra di Orange County, dove il piccolo ceto medio "normale" delle villette a schiera, lontano dai divi di sinistra di Hollywood, ha plebiscitato Bush.

Non tutti però accettano il processo imbastito alla roccaforte radicale di San Francisco, l'accusa di essere élitaria e gelida come il patrizio bostoniano John Kerry. Vista da qui la storia di questa campagna elettorale è diversa. Il movimento di sinistra MoveOn fondato dai due coniugi-imprenditori di Berkeley Wes Boy e Joan Blades - con due milioni di iscritti via Internet, più dei partiti democratico e repubblicano messi insieme - all'inizio aveva sostenuto Howard Dean. Il sanguigno, l'irascibile, il pacifista passionale che sulla guerra in Iraq non era paralizzato dai distinguo di Kerry. Poi Dean perse le primarie, e la generazione-Internet di MoveOn si era allineata disciplinatamente dietro Kerry. Aveva accettato di sostenere il moderato. Era più rispettabile, poteva sfondare al centro, a quanto si diceva. Guy Smith, presidente della Coalition to Preserve our Rights, associazione libertaria della Baia, ricorda bene come sono andate le cose: "L'unico sentimento forte che ha unificato noi democratici era l'odio contro Bush. Anyone But Bush, chiunque fuorché Bush: questo era il nostro amore per Kerry. Una campagna costruita sul furore che ci ispirava l'avversario, non sul fascino del nostro candidato".

C'è una San Francisco calda, caldissima nel suo radicalismo. Questa San Francisco semplicemente rifiuta di farsi processare "per assenza di cuore", non accetta che il monopolio dei valori sia attribuito alla destra. È la città dei militanti dei diritti umani, dell'American Civil Liberties Union. Inorridisce davanti alle immagini di Abu Ghraib, all'America che tortura i torturatori, al generale di Rumsfeld che è andato in chiesa a predicare vinceremo perché il nostro Dio è migliore di quello del nemico. Adrienne Fodor, studentessa, capovolge l'accusa così: "Con questo presidente avremo più malati di inquinamento, meno assistenza sanitaria, una restrizione dei diritti individuali. Da vera patriota, io ho i brividi quando vedo il mio paese consegnato a chi non crede nei valori americani".

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