Da La Stampa del 10/10/2006
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200610articoli/1185...

L'atomica canaglia

I dubbi del Pentagono: era davvero la bomba?

di Francesco Sisci

PECHINO. Con un calcio arrogante e feroce alla porta il Nord Corea ha fatto ieri ingresso nel ristretto club di nazioni dotate di armi nucleari avvicinando prepotententemente il continente al baratro di un conflitto atomico. Ma soprattutto è il primo di quelli che l’amministrazione Bush definì «Paesi canaglia» dell’infame «Asse del Male» a dotarsi di armi nucleari. Pyongyang ha effettuato il test alle 3.36 (ora italiana) nella località di Hwadaeri, presso Kilju, non lontano dal confine sino-russo, e lo ha definito in modo magniloquente come «un grande balzo avanti nell’edificazione di una grande nazione socialista prospera e potente». Secondo fonti russe si è trattata di una bomba relativamente piccola, tra i 5 e i 15 kilotoni (la bomba di Hiroshima era di 20 kilotoni), esplosa a bassa profondità, probabilmente in una ex miniera di carbone. Gli esperti americani però ancora dicono di non essere in grado di confermare l’esplosione nucleare. Potrebbe in realtà trattarsi di una «bomba sporca», non un vero ordigno atomico. In ogni caso, secondo i giornali sud coreani potrebbe non essere finita. Anzi Pyongyang starebbe preparando un secondo test, avendo già abbastanza materiale fissile per produrre 6-7 ordigni atomici.

L’Asia ieri si è ribellata a questa provocazione. Per i sudcoreani il test è «inaccettabile», per i giapponesi «imperdonabile» e i cinesi, rinunciando alla solita moderazione, lo hanno «condannato in maniera ferma». La reazione di Pechino è quella più significativa, perché potrebbe preludere a una luce verde cinese al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per eventuali sanzioni economiche. Ieri infatti il ministero degli esteri di Pechino ha affermato che «la Repubblica Popolare Democratica di Corea (il nome ufficiale del Paese) ha ignorato l’opposizione della comunità internazionale» conducendo «in modo sfacciato» l’esperimento. La tensione si è impennata a Seul, dove la borsa è crollata del 3,6%. La città è infatti praticamente sul confine con il Nord, e quindi esposta ai circa 10 mila cannoni che Pyongyang tiene costantemente puntati contro il Sud. Sono queste batterie tradizionali, e gli oltre cento missili balistici di breve e media gittata del Nord che rendono difficile pensare a un’opzione militare contro Pyongyang. Anche in caso di attacco tattico contro le installazioni nucleari del Nord, Pyongyang potrebbe reagire bombardando Seul o lanciando decine di razzi su Tokyo. I morti in entrambi i Paesi potrebbero diventare decine di migliaia. Ma d’altro canto si affaccia anche un altro rischio militare. Oggi il Nord non ha la tecnologia per montare un ordigno nucleare su un missile. Ma i falchi sottolineano che tale tecnologia potrebbe essere acquisita in un prossimo futuro. Il rischio nordcoreano a quel punto aumenterebbe.

Infine resta il problema dei costi sociali ed economici di una eventuale ricostruzione del Nord Corea. Un conflitto contro Pyongyang eliminerebbe i Kim ma rovescerebbe nel grembo di Seul e Pechino la sorte di 22 milioni di persone appena uscite dal sistema socialista e che impiegherebbero anni semplicemente ad adattarsi a un nuovo stile di vita. Questo fa aumentare le prospettive di un lungo duro inverno, con poco cibo e ancor meno riscaldamento e luce elettrica a Pyongyang. Ma fa aumentare anche il rischio di nuovi gesti estremi da parte di questo esemplare «Stato canaglia».

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