Conflitto e narrazione. Omero, i mass media e il racconto della guerra

Edito da Il Mulino, 2006
244 pagine, € 20,00
ISBN 8815110240

Quarta di copertina

Vincolati reciprocamente da diversi legami, conflitto e narrazione costituiscono un intreccio difficile da dipanare: da un lato, infatti, la guerra va interpretata come una forma peculiare della comunicazione, piuttosto che come una sua interruzione; e lungi dal poter essere considerato un mero strumento di pace, il dialogo tra soggetti è anche un'occasione di scontro. Le armi, dunque, sono anzitutto parole, e le parole armi. Analizzando come il conflitto sia la trama originaria di ogni narrazione, e come d'altro canto ogni guerra venga inevitabilmente accompagnata da tentativi di reiscrizione in un racconto sensato, il volume propone la necessità di non occultare tale intreccio. La società della comunicazione di massa, infatti, non fa che accentuarne la rilevanza, esponendosi ancora più gravemente al rischio di letture ingenue e dai potenziali effetti esplosivi.
Recensione

Al giorno d’oggi informazione è sinonimo di potenza. Negli ultimi anni in particolare le nuove tecnologie hanno permesso l’affermarsi di un vero e proprio immaginario collettivo, vittima e carnefice insieme del potere politico e strategico. La guerra non fa eccezione, anzi, proprio essa trae nuova linfa dalla spettacolarizzazione e notiziabilità dei conflitti.

Ethos e pathos più della ragione dialettica dominano il mondo dell’informazione, specialmente televisiva. Per questo i media si prestano facilmente ad azioni di strumentalizzazione da parte di mirate campagne mediatiche, tanto più che oggi non sono più richieste notizie attinenti i fatti ma interpretazioni, intrattenimento e spettacolo. Le riproduzioni mediatiche quindi influiscono sull’andamento stesso del conflitto attraverso l’impatto sul pubblico e, di più, diventano un’arma nelle mani dei contendenti.

La guerra diviene, nel calcolo dei suoi promotori, un atto comunicazionale. Da una parte è elemento essenziale della strategia terroristica che, senza l’eccesso visivo amplificato ad infinito dai media, non avrebbe lo stesso impatto psichico. Dall’altra è un richiamo al mondo antico del mito guerriero, cioè un dispositivo per produrre una quantità immane di significati e discorsi attorno ad un centro vuoto.

La crescente spettacolarizzazione del fenomeno bellico porta con sé, paradossalmente, una decrescente visibilità e per questo un difetto di comprensione cognitiva e narrativa della dimensione reale. Per capire quanto questo aspetto sia importante è sufficiente pensare che, nel mondo occidentale, le persone hanno una coscienza della guerra esclusivamente mediale, non diretta.

Capire il nesso tra informazione, comunicazione e guerra diviene allora fondamentale e questo prezioso volume è un sicuro aiuto.

Filippo Di Blasi

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