Da Corriere della Sera del 28/11/2004

La spina di Putin

di Sergio Romano

In una conversazione con i corrispondenti stranieri a Mosca, di cui ha riferito La Stampa ieri, un consigliere di Vladimir Putin per gli affari internazionali, Sergej Markov, ha detto che nelle vicende ucraine degli scorsi giorni vi è la mano di Varsavia. Gli indizi sono apparentemente numerosi. Lech Walesa, vecchio leader del sindacato Solidarnosc, è resuscitato improvvisamente in una piazza della capitale Kiev accanto al candidato filo-occidentale Viktor Yushchenko.

Al tavolo dei negoziati delle scorse ore con la dirigenza ucraina, Javier Solana, ministro degli Esteri dell’Unione Europea, ha fatto coppia insieme al presidente polacco Aleksandr Kwasniewski.

A Washington, nel frattempo, la famiglia Brzezinski (il più influente clan polacco della vita politica americana) rilasciava interviste e premeva sull’amministrazione Bush perché denunciasse la falsa vittoria elettorale del candidato filorusso Viktor Yanukovic. È probabile che la teoria del «complotto polacco» sia soltanto una grossolana esagerazione propagandistica. Ma nelle parole di Markov risuonava l’eco di un’antica fobia russa.

Sono passati poco meno di quattrocento anni da quando i polacchi di re Sigismondo e di suo figlio Vladislavo scorrazzavano liberamente attraverso le pianure russe e seminavano zizzania fra i boiari della società moscovita. Ne sono passati esattamente 391 da quando il principe Michele, nipote di Ivan IV, saliva sul trono di Russia e inaugurava trionfalmente l’impero dei Romanov. E ne sono passati 380 dal giorno in cui Michele firmava con i polacchi un trattato di pace che cedeva a Varsavia, per la tranquillità del suo regno, la città di Smolensk e altre terre della Russia occidentale.

Ma vi sono eventi che il passaggio del tempo non riesce a cancellare dalla memoria dei popoli. A coloro che visiteranno Mosca nei prossimi mesi consiglio di attardarsi per un istante di fronte al grande monumento di bronzo che sorge sulla Piazza Rossa nei pressi della piccola chiesa variopinta di San Basilio. Quei due personaggi (un nobile e un popolano, il principe Dmitrij Pezharskij e l’artigiano Kusma Minin), a cui il viaggiatore riserva abitualmente uno sguardo distratto, sono gli eroi della resistenza moscovita contro una delle tante razzie polacche che penetrarono nella cerchia dell’«anello d’oro» e cercarono di scavalcare le mura turrite del Cremlino costruite da Ridolfi Fioravanti per Ivan III dopo il 1474. Agli occhi di molti russi quel monumento è stato più importante, anche in anni sovietici, del mausoleo di Lenin.

La pace di Polianov (1634) fu soltanto un intervallo. Nel 1654 scoppiò una nuova guerra per il possesso dell’Ucraina durante la quale la Russia riprese Smolensk e s’impadronì di Kiev. Cominciano nei decenni seguenti il lungo declino dello Stato di Varsavia e la tenace avanzata dei russi verso Occidente. Dopo la guerra di successione polacca (1733-1735), i rapporti di forza tra i due paesi si rovesciano. È la Russia, ora, che esercita una sorta di egemonia sugli affari del Paese vicino. Nella seconda metà del Settecento la Grande Caterina colloca sul trono di Polonia un suo favorito, Stanislao Poniatowski. Nel 1772 strappa ai polacchi la Russia bianca.

Nel 1793 l’impero zarista conquista la Lituania (allora polacca), s’impadronisce della maggior parte dell’Ucraina occidentale, conclude con Varsavia un trattato che riduce la Polonia alle condizioni servili di uno Stato protetto. È la vigilia dell’epilogo. Due anni dopo, in occasione dell’ultima spartizione, la Russia dilaga sino a Varsavia dove rimarrà, con qualche parentesi napoleonica, sino alla fine della Prima guerra mondiale. I polacchi si ribelleranno due volte nel corso dell’Ottocento e saranno calorosamente sostenuti da una gran parte dell’opinione pubblica europea. Ma non riconquisteranno la libertà perduta.

Finis Poloniae, come usava dire romanticamente nell’Europa di allora? No. Vi sono momenti in cui la vecchia storia si dimostra capace di improvvisi e sorprendenti risvegli. Appena rinata dalle sue ceneri, la Polonia di Versailles approfitta dal marasma russo, dopo la rivoluzione bolscevica, per regolare un vecchio conto. Il 7 maggio i polacchi entrano trionfalmente a Kiev. Ma è un successo effimero. Con un inatteso colpo di coda l’Armata Rossa del generale Tuchacevskij lancia un contrattacco e giunge sino alle porte di Varsavia. Vincerebbe se i polacchi non potessero contare su un corpo francese comandato dal generale Weygand in cui presta servizio un giovane ufficiale, Charles de Gaulle, da poco rientrato in patria dopo una lunga prigionia in Germania. Rincuorati, i polacchi rompono l’assedio e costringono i bolscevichi a ritirarsi. La partita si chiude a Riga nel marzo del 1921 con un trattato che lascia alla Polonia, con la Galizia austriaca, una parte dell’Ucraina occidentale, della Bielorussia e della Lituania.

Ma anche questo, come tutto ciò che è accaduto fra Russia e Polonia nel corso di quattro secoli, è un risultato provvisorio, soggetto al capriccioso pendolo della storia. Quando Stalin, con un lapis rosso e blu, appone una grossa firma, in segno di particolare compiacimento, sui protocolli segreti stipulati da Molotov e Ribbentrop nell’agosto del 1939, la sorte della Polonia è segnata. Verrà occupata e spartita, nelle settimane seguenti, dalla Wehrmacht e dall’Armata Rossa. A Jalta, nell’aprile del 1945, Churchill e Roosevelt faranno un timido tentativo per garantire ai polacchi, dopo la fine del conflitto, il diritto di eleggere liberamente il loro governo. Ma Stalin non intende rinunciare al bottino. Mentre Mosca insedia a Varsavia, come ministro della Difesa, un generale sovietico di origine polacca, il Paese scivola sulla carta geografica, come zavorra sul fondo di una nave, da est a ovest. Perderà l’Ucraina occidentale, la Galizia e una parte della Bielorussia, ma otterrà in cambio un pezzo di Germania orientale. È un regalo malizioso, fatto per avvelenare i rapporti tedesco-polacchi. Per meglio semplificare la carta geografica, infatti, i polacchi dell’Ucraina occidentale andranno a occupare i territori abbandonati dai tedeschi (circa dodici milioni di persone) della Slesia e della Prussia orientale.

Gran parte di questa lunga storia si svolge sulle pianure ucraine. Come un barometro l’Ucraina registra fedelmente il mutamento dei rapporti di forza tra i suoi vicini ed è soggetta a cambiare incessantemente le sue dimensioni. La sua identità è fragile, la sua indipendenza precaria.

Per i russi è la terra ancestrale in cui sono depositati gli archetipi della loro religione, della loro arte, della loro architettura monastica e della loro tradizione liturgica. Che cosa sarebbe la Russia senza la conversione al cristianesimo di Vladimiro, principe della Rus di Kiev? Che cosa sarebbe la storia dell’Ortodossia slava senza il grande monastero sotterraneo della capitale ucraina? Che cosa sarebbe la grande letteratura russa senza le «Anime morte» e il «Taras Bulba» di Nikolaj Gogol? Ma per i polacchi è la terra che essi hanno conquistato, colonizzato, strappato in parte al cristianesimo greco e annesso ai grandi domini della cristianità latina. Questo continuo oscillare della storia ha lasciato sul terreno i segni di una evidente ambiguità. Leopoli è una città centroeuropea, molto più vicina alla Polonia barocca del Settecento di quanto non sia ai borghi russi dell’Ucraina orientale. Kiev è una città eclettica dove una cattedrale disegnata da Bartolomeo Rastrelli sorge a breve distanza dal complesso monastico di Pecherska Lavra, costruito nel 1051. Anche la lingua cambia a mano a mano che il viaggiatore attraversa il Paese da est a ovest: è una variante del russo nelle province orientali, ma è fortemente influenzata dal polacco nelle province occidentali. Forse il maggior simbolo dell’ambiguità ucraina è rappresentato da uno dei suoi maggiori gruppi religiosi, gli uniati: sono cattolici e obbediscono al Pontefice romano, ma celebrano i loro riti con la liturgia greca.

Può un tale Paese essere al tempo stesso unito e sovrano? Esiste certamente un’antica aspirazione ucraina all’indipendenza. Ma si è realizzata soltanto per brevi periodi, come nel primo dopoguerra, allorché ambedue i suoi vicini erano in ginocchio. Poi, non appena uno dei due rialzava la testa, l’Ucraina cadeva, in tutto o in parte, sotto il suo dominio e appariva all’altro, inevitabilmente, come una potenziale minaccia. Oggi l’ingresso in scena dell’Unione europea potrebbe cambiare le regole del gioco. Esiste finalmente un arbitro che è forse in grado di suggerire e sostenere una soluzione diversa da quelle che la storia ha imposto sinora a questa travagliata regione. Ma non potrà limitarsi a predicare il catechismo democratico. Dovrà anche garantire a Putin che l’Ucraina non sarà mai più una spina polacca nel fianco dello Stato russo.

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